Wilco (US)

Biografia

Controversa, obliqua, perennemente in bilico. La musica dei Wilco, come a tratti anche la storia, è un imperterrito moto oscillatorio che trova nelle ombre e nei tratti chiaroscurali il suo habitat naturale. La storia di un gruppo legato alla musica folk, alla protesta di Woody Guthrie, al country di Bonnie “Prince” Billy ma anche all’hardcore, alla psichedelia, all’alt-rock, in un gioco di messa a fuoco sempre difficile da realizzare.

Un percorso che inizia a Belleville, Illinois, nel 1990, con un trio di ventenni (il chitarrista Jay Farrar, il bassista Jeff Tweedy e il batterista Mike Heidorn) che dà vita a un gruppo di alternative country statunitense, gli Uncle Tupelo, il cui nome è un omaggio al luogo di nascita di Elvis Presley. Insieme pubblicheranno tre album in un studio – seminale per la storia dell’alternative country l’esordio No Depression – e un disco dal vivo, prima di separare le loro strade in seguito a dissidi tra Tweedy e Farrar. Ma i segnali di qualcosa che sta cambiando sono stati lanciati: dopo il disincanto del folk di protesta e un attimo prima della terremoto grunge, i tre uniscono Hank Williams all’irruenza dei Black Flag per raccontare storie di vita ai margini della provincia americana. Farrar proseguirà la collaborazione con il batterista Max Heidorn dando vita ai Son Volt mentre Tweedy inizierà un nuovo percorso con il polistrumentista Max Johnston, il bassista John Stirrat e il batterista Ken Coomer. Ad aggiungersi ai quattro arriverà il chitarrista Jay Bennet e nel 1995 i neonati Wilco, dall’abbreviazione della sigla utilizzata nelle comunicazioni radio civili e militari “Will comply” (“sarà eseguito”), danno alle stampe A.M., un album che si posiziona su suoni decisamente leggeri, tra ballate country rock e un sapore squisitamente pop.

Passa un anno e i Wilco pubblicano, via Reprise Records, il doppio Being There. Tra suoni psichedelici, echi beatlesiani, elettrificazioni noise e digressioni blues, l’album si presenta come un vero e proprio manifesto programmatico in cui il gruppo cristallizza tutti i punti nodali su una mappa, prima di sovvertirli completamente. Uno e centomila suoni in 19 brani che non smettono un attimo di prendere in contropiede l’ascoltatore, a cominciare dalla coda rumoristica dell’iniziale Misunderstood. C’è il country classico di Forget The Flowers, il pop accomodante di Say You Miss Me, il bues di Red-Eyed And Blue, echi alt e roots elettrificato. Nel frattempo il gruppo viene precettato da Billy Bragg per la realizzazione dell’album Mermaid Avenue, un progetto per registrare testi mai musicati di Woody Guthrie. Pur non esaltando particolarmente per originalità, i due volumi ci consegnano un Jeff Tweedy che si contraddistingue con personalità per l’interpretazione e il pathos di brani come Hesistating Beauty.

È del 1999 il terzo album in studio dei Wilco. Si intitola Summerteeth e segna una prima decisa svolta per il gruppo. Abbandonata la formula alt country, i cinque si dirigono verso sonorità decisamente più pop cambiando anche le abitudini in studio: i brani non vengono più registrati dal vivo ma assemblati a pezzi con Pro Tools. Il principale artefice della svolta è il polistrumentista Jay Bennett, co-autore con Tweedy di quasi tutti i brani del disco. Un’ossessionata ricerca della melodia perfetta si sposa quindi con la crudezza devastante di testi in cui si parla di violenza e abusi. Autentiche perle come She’s A Jar o How To Fight Loneliness completano un lavoro che si rivolge in maniera convinta verso suoni pop anglosassoni, centellinando amarezza e disincanto.

Dissidi tra la band e Jay Bennett porteranno all’allontanamento di quest’ultimo, ma intanto Warner è sempre più scettica sul nuovo materiale che il gruppo sta registrando fino a rifiutarlo, chiedendo una formula più commerciale. I Wilco non si perdono d’animo, riacquistano il materiale registrato – attorno al quale, col passare del tempo, si forma sempre più un’aura di mistero – e finalmente nell’aprile 2002, via Nonesuch (etichetta che per assurdo fa sempre capo al gruppo Warner), viene pubblicato l’album Yankee Hotel Foxtrot. Per i Wilco è l’ennesimo ribaltare le carte in tavola, e nei 51 minuti della tracklist succede di tutto. Un album che si apre con un brano di pop obliquo, incontra la ritmica della West Coast e unisce le elettrificazioni dei Byrds. Urgente, imprevedibile, eccelso: l’album testimonia una maturità artistica e una qualità complessiva straordinaria. Non è il disco perfetto dei Wilco, ma è il traguardo di un lungo percorso partito da lontano e che nelle ombre cantate da Tweedy condensa tutto il dolore, l’ironia e le abilità del gruppo.

Yankee Hotel Foxtrot è per molti il punto più alto a cui i Wilco potessero ambire in quel momento. L’apice tanto apprezzato quanto inatteso di un percorso che porta con sé un carico enorme di aspettative. Lo sa la stampa, lo sa il pubblico, lo sa Tweedy, che nel 2003 dà il proprio contributo a due percorsi paralleli, con i Loose Fur (insieme a O’ Rourke e Glenn Kotche) e con il collettivo Minus 5. Deviato post-rock nella prima formazione, cadenzato power-pop nella seconda, ma quello che Tweedy sta cercando maggiormente è un nuovo equilibrio. Le voci sulla crisi psichica che lo riguardano tra il 2002 e il 2004 si sprecano: attacchi di ansia, emicranie croniche, depressione, dipendenza da alcol, abuso di psicofarmaci e antidolorifici.

Senza alcun preavviso, nella primavera del 2004 arriva quello che non ci si sarebbe mai aspettato. Ha una copertina tutta bianca con un uovo al centro, che nel retro copertina sta per schiudersi. L’iconografica per i Wilco ha sempre avuto un ruolo cruciale, così come il titolo: A Ghost Is Born diviso dal nome del gruppo dal simbolo che in matematica indica “minore o uguale”. È una chiara e precisa dichiarazione d’intenti: la band non è il punto centrale ma solo qualcosa di inferiore o pari alla musica prodotta.

Un nuovo fantasma è appena nato e per i Wilco è una ripartenza, l’ennesima. Quella più rischiosa, dato il peso specifico del lavoro precedente. Quella più difficile, dato il periodo da cui sta tentando di uscire il frontman della band. Narcotico, chiaroscurale, malinconico, claustrofobico, tormentato, il quinto album della band di Chicago è il tentativo disperato di trovare la luce in fondo a un lungo tunnel fatto di sperimentazioni, urgenza creativa e inquietudine. A partire dall’iniziale At Least That’s What You Said, che languida e sussurrata si apre a un diluvio improvviso di elettricità. Ci sono momenti più classici (The Late Greats) e lunghe suite dagli echi kraut (Spiders (Kidsmoke), Less Than You Think) tra episodi pop di beatlesiana memoria (Hell Is Chrome, Hummingbird), suggestioni noise e chitarre sci-fi utili anche a colmare il vuoto lasciato dall’allontanamento di Jay Bennett. La voce interrotta di Tweedy si inserisce tra chitarre circolari e movimenti di piano soul in un incedere blues. Brandelli di animo da raccogliere dopo una tempesta che ha distrutto tutto.”Un disco dunque che tenta di far convivere anzi coincidere complessità e immediatezza, semplice e difficile, apocalittico e speranzoso, ostico e consolatorio” scrive Stefano Solventi nella recensione dell’album. “Pur se strutturato e composito (il kit degli strumenti prevede organi, pianoforti, sintetizzatori, chitarre, percussioni, dulcimer, archi, laptop…), il progetto insegue una sorta di semplicità primordiale, un’immediatezza che lo fa sembrare in corso d’opera, accadimento live nella cantina d’un mondo che ha paura della troppa luce, troppi suoni, troppe frequenze da evitare, sintonizzare o semplicemente attraversare“.

Nel novembre dell’anno successivo i cinque cristallizzano la centralità del live dando alle stampe Kicking Television: Live in Chicago, un doppio album registrato dal vivo al Vic Theatre di Chicago il 4 e 5 maggio dello stesso anno. Un live che celebra i primi dieci anni del gruppo sotto una luce più calda rispetto al lavoro precedente. Tweedy, che nel frattempo ha ritrovato salute e umorismo, insieme al nuovo arrivato Nels Cline si diverte in torrenziali diluvi chitarristici, come nell’iniziale Misunderstood. Un lavoro meno paranoico rispetto all’ultima registrazione in studio, ma non per questo meno intinto in toni cupi e malinconici. “Il canzoniere è di tutto rispetto” – scrive ancora Solventi – “Ti molla una carezza e un ceffone, un ceffone e una carezza, così fino a quella Comment – cover di Charles Wright – che chiude in una luce sì speranzosa ma in cuor proprio dimessa. Forse troppo. Già, perché qui sta forse l’unico rischio ravvisabile nell’entità Wilco: che in quel disarmo si esauriscano e alla lunga ci esauriscano, che da loro non ci si possa attendere altro che l’ennesima variazione della stessa accorata disanima. Ma è un rischio che vale la pena correre“.

Nel maggio del 2007 vede la luce Sky Blue Sky, sesto album in studio dei Wilco. Le atmosfere sono decisamente più calde e rilassate, le strutture semplificate. Lontano dal clamore, Tweedy e soci confezionano un lavoro più morbido rispetto al predecessore, che torna a guardare al folk rock classico e al contempo non disdegna nuove escursioni noise. La cover del disco ritrae una fotografia scattata da Manuel Presti per illustrare la teoria dell’intelligenza collettiva per cui un organismo multiplo può superare le intelligenze dei singoli. Una metafora che funziona bene nell’insieme di rimandi che inanella il gruppo, dagli arpeggi di Either alla psichedelia filo Jerry Garcia di Impossible Germany, dalla frenesia Marquee Moon in Side With The Seeds al piano del John Lennon solista in Hate It Here. “Credo che col tempo il nostro materiale sia diventato più strano, o si sia definito meglio, dipende dai punti di vista”, spiega Tweedy. “Qui tutto si svolge ad un livello più profondo, perciò sembra meno visibile” – scrive Solventi nella recensione del disco – “E perciò la scrittura torna in primo piano. Una signora scrittura. Che ha il coraggio di spendere assolo incredibilmente opportuni, archi voltaici tra seventies e post-post-rock. Come quello in Please Be Patient With Me, caldo come un amico che porta da bere”.

Il percorso di riassestamento prosegue e, dopo aver appoggiato la campagna elettorale di Obama pubblicando in download gratuito (in cambio di un promessa di voto) la cover di Shall Be Relaesed registrata insieme ai Fleet Foxes, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 la band, eccetto Jorgensen e Cline, viene invitata da Neil Finn (ex leader dei Crwoded House) a partecipare ad Auckland, in Nuova Zelanda, alle registrazioni del progetto benefico collettivo 7 Worlds Collide. È qui che nascono buona parte delle registrazioni di Wilco “The Album”. “Smaltita la verve no-depressionista iniziale” – scrive il nostro Solventi – “le madreperlacee derive pop e l’ansia sperimentale, assieme al predecessore Sky Blue Sky (Nonesuch, maggio 2007) siamo difatti al secondo lavoro consecutivo che potremmo tranquillamente definire folk-rock, nel senso tradizionale del termine e pur covando residui tremori avant-pop”.

Non mi piace guardare alla nostra storia come a un insieme di tappe intermedie” – spiega Tweedy in un’intervista a Rolling Stone – “Non c’è un superamento di ciò che si è fatto in precedenza, è solo questione di saper esprimere al meglio le pulsioni che ti muovono in un dato momento”. L’organico con Nels Cline e Glenn Kotche è un meccanismo ormai talmente rodato che cammina in piena autonomia e riesce a far sembrare semplici anche le cose più complesse. La band sta tornando a casa e l’album, che riporta per lo più goliardicamente un cammello in copertina, è il manifesto definitivo di quello che Tweedy e soci sono diventati: una band che ha voglia di divertirsi raccontando l’oggi con spirito critico, tra tonalità noir e un vento che spinge sempre più verso la classicità. L’album eponimo riesce così a riesumare i cocci di fantasmi elettrici di un passato poi neanche tanto lontano (Bull Black Nova), delicate dolci ballate (One Wing, You And I, Everlasting Everything) uniti a vecchi retaggi power pop ( You Never Know, Sonny Feeling).

Intanto nel maggio del 2009 scompare, a causa di un overdose di farmaci, Jay Bannett, membro dei Wilco fino all’allontanamento nel 2002 che nel frattempo aveva iniziato una causa contro lo stesso Tweedy: “Non ci sentivamo da anni, la notizia della sua morte mi ha scioccato e nonostante il nostro rapporto non esistesse più penso a lui come a un grande musicista eclettico” – dirà il frontman dei Wilco in un’intervista al Mucchio – “Le cose tra noi sono andate come tutti sanno ma non posso dimenticare quanto lui sia stato fondamentale per questa band”.

Definitivamente recuperati nello spirito, sempre più indipendenti nella pratica con uno studio di registrazione tutto loro, nel 2011 i Wilco danno vita anche ad una etichetta discografica: la chiamano dBpm e con essa pubblicano l’ottavo lavoro in studio, The Whole Love: “Questo disco è la certificazione di un periodo di grande serenità all’interno del gruppo” – dichiara Tweedy al Mucchio – “Riflette la nostra accresciuta capacità di comunicare e collaborare: considerando che siamo in sei è una specie di miracolo”. Ricco come sempre di citazioni e rimandi, anche questa prova si conferma come un perfetto bilanciatore delle diverse scelte e influenze che i sei hanno messo insieme nel corso degli anni. E non inganni l’apertura fredda e sintetica di Art Of Almost: in The Whole Love i residui del periodo Yankee Hotel Foxtrot/A Ghost Is Born incontrano l’animo melodico di Summerteeth. Lo testimoniamo il power pop di Born Alone, la ballata in levare Capitol City o la successiva Standing O. Instantanee che sottolineano la positività che circonda questo lavoro: diverto, compatto, wilchianamente definito. Il finale affidato alla sussurrata One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend) aggiunge fascino misterioso ed intimista a un lavoro che, dopo la rigidità dell’apertura, si apre a tinte lucenti per poi richiudersi. “Con questo disco insomma i Wilco tornano alla grande in carreggiata, recuperano il senso del loro percorso rispetto all’eccesso di normalità del pur non disprezzabile predecessore” – scrive Solventi nella recensione dell’album –La sensibilità frantumata e ricomposta di Tweedy, quella meravigliosa sensazione di sgretolamento emotivo scampato d’un soffio ma sempre in agguato appena dietro l’angolo, può così affiorare anche in circostanze apparentemente sdrammatizzate come l’incalzante Born Alone (ritornello Tom Petty e incandescenze flaminglipsiane) e nello swinghettino à la Randy Newman di Capitol City. Per poi infine spalmarsi con struggente gravità orizzontale nella lunga One Sunday Morning, via crucis soffice che assolve la mestizia celebrandone la presenza ineluttabile come una lenta, ripetitiva, liberatoria rivelazione. Non è l’album migliore dei Wilco solo perché ci hanno già consegnato i loro capolavori. Ma è un ottimo album di una band (ancora) straordinaria”.

Il risultato sul palco” – scrive Giulia Antelli nel live report del concerto all’Estragon di Bologna” – “è dunque la diretta conseguenza della natura unica di questa band. Una formazione che con oltre due ore di musica, regala uno show che è esattamente come te lo aspetti: non ci sono sorprese, non ci sono trucchi, basta chiudere gli occhi e fermarsi ad ascoltare un live impeccabile che però non suona mai freddo e distante. Ché qui sta la magnifica forza di questa band, essere sé stessa, un piede nella tradizione e l’altro nell’innovazione, inventando un sound che in fondo appartiene a tutti”.

L’anno successivo viene completato, insieme a Billy Bragg, il progetto Mermaid Avenue con la pubblicazione in occasione del centenario della nascita di Woody Guthrie del cofanetto Mermaid Avenue: The Complete Sessions, contenente i primi due volumi, il documentario del 1999 Man in the Sand e un terzo volume di materiale inedito. Si tratta per lo più di outtakes rimaste fuori dalle prime session, con i Wilco che si confermano estremamente abili nell’aggiungere estro agli arrangiamenti di strutture tenute fedelmente essenziali.

A quattro anni di distanza, il 17 aprile 2015 i Wilco pubblicano a sorpresa Star Wars. Tra i Sonic Youth e i Contortions, la band chicagoiana procede col pilota automatico, senza sorprendere chi si aspettava l’ennesima rivoluzione nei suoni da parte di un gruppo di insaziabili sperimentatori, e accontentando moderatamente la fetta di pubblico più pop. “Il confronto coi Sonic Youth di cui si diceva è soprattutto di portata filologica”, scrive Andrea Macrì nella recensione del disco. “Pur se con sonorità diverse, Star Wars fa lo stesso lavoro di Murray Street. Disco rilassato, piano, che dimostra come si possa vivere di un manierismo dorato pur non essendo più panzer dell’innovazione (sonora o autorale, non importa). Molto dipende dalla volontà dell’ascoltatore e dal suo grado di frequentazione con la discografia dei chicagoani”.

Ad appena un anno di distanza dall’album precedente, il 9 settembre 2016 pubblicano Schmilco, un lavoro che conferma i toni più rilassati del suo predecessore per un album quasi interamente acustico caratterizzato da alcuni ottimi momenti dalle linee calde e morbide (If I Ever Was A Child, Normal American Kids) in un clima divertito di ritrovata serenità.

di Gianluca Lambiase
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