• feb
    01
    1982

Classic
XTC

Virgin

Ci sono momenti nella carriera di un artista in cui le decisioni camminano da sé. Di conseguenza, ciò che pubblichi non fa che rifletterle, trasformandosi in qualcosa che trascende la musica e apre una finestra sulla mente dell’autore. Accade sempre più di rado, oggi, allorché si pubblica per la necessità di cavare due lire dai tour e/o con modi da catena di montaggio. Del resto, chi glielo fa fare ai musicisti, di creare un album solido quanto a progettualità (magari percorso da una tematica unificatrice) quando la soglia d’attenzione del pubblico medio(cre) punta oramai solo scampoli di canzoni? Problema mai avuto dalla ditta Partridge & Moulding (pacchetto azionario di maggioranza del primo, è chiaro), che ha sempre consegnato lavori col respiro del momento pur non perdendo di vista una classicità da subito lampante.

Facile a dirsi e a farsi, se sul tronco del più acuto pop anni ’60 innesti taglienti schegge post-punk, la devianza – più spirituale che di forma – tramandata da Captain Beefheart e i giochi di citazionismo e ricontestualizzazione di Brian Eno, con e senza Roxy Music. Ricetta per palati fini, anzi finissimi, che ovviamente si guardò bene dal vendersi a palate. In un tempo dove il mercato si era separato dal senso di avventura e dove, comunque, aveva ancora un senso profondo esporsi su quattro facciate di vinile. Con un’ora e un quarto programmatici oppure riassuntivi, enciclopedici o proiettati sul domani: questo e altro ancora è English Settlement, che contende a Drums & Wires la palma di miglior album degli Xtc (dilemma che risolviamo salomonicamente…) con un dispiego di maturità, di arrangiamenti elaborati, di magie che sanno essere qui immediate e là a lento rilascio.

Miracolosamente, sarà anche uno dei loro maggiori successi al botteghino (quinto posto nella classifica UK dei 33 giri; il jingle-jangle mutante Senses Working Overtime che entra tra i primi dieci singoli) e, come per tutti i prodigi, stenti a crederci. Poi lo fai girare da cima a fondo e – pur ricordandolo a memoria – scopri che non conosce epoche e che così rivela uno dei segreti dell’Arte. Noti il calo di elettricità nelle chitarre (risultato di un Andy Partridge sedotto dai toni squillanti e ariosi della 12 corde) compensato dalla compattezza esecutiva, da un lavoro sulla ritmica che – integrando acustica ed elettronica – risponde ai Talking Heads “etnici” con personalità (Melt The Guns) e ironia (It’s Nearly Africa), se no escogita giostre per alienati sorridenti (Yacht Dance). E mai che venga meno la coesione, essendo Colin Moulding in stato di grazia (l’apertura con Runaways e Ball And Chain, una fragrante English Roundabout) e immutata la passione per l’indagine sociale – da perfetti eredi dei Kinks e padrini dei Blur – consegnata a irresistibili grimaldelli sonori (Leisure, Fly On The Wall).

Omaggio alla patria e alla storia, anche, che dalla splendida copertina prende le mosse per offrire metafore antiche di moderne aspirazioni (Jason And The Argonauts), nervosismi (Snowman) e timori (No Thugs In Our House); salvo infine anticipare la ritirata bucolica dietro l’angolo per mezzo di All Of A Sudden (It’s Too Late). Mentre le composizioni cominciano a mostrarsi non più concepite anche per il palco ma solo in funzione di un progetto di studio, un esausto Partridge emula i maestri Beatles: dopo alcune date del tour susseguente, spalanca definitivamente la porta alla paura da palcoscenico. Oppure, chissà che, mascherandosi dietro di essa, non abbia da lì in poi preferito osservare questo pazzo mondo attraverso le lenti affumicate della provincia, tra una spolverata alla collezione di soldatini e una passeggiata col cane. Svanendo poco a poco dentro quell’alveo confortevole senza perdere la faccia, addirittura centrando l’ennesima meraviglia con Skylarking. This is pop, aveva cantato anni prima, e con quanta ragione.

1 marzo 2010
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