• gen
    01
    1986

Classic
XTC

Virgin

Premesso che ovunque si calino le reti, nel “mar nero” degli XTC si raccoglie sempre qualità stellare o poco meno, è altresì possibile individuare tre opere fondamentali che scandiscono altrettanti periodi.

Dalla perla “post wave” Drums & Wires qui già analizzata, il ritiro dai concerti si lega al doppio English Settlement, mentre Skylarking vede gli unici, veri “nuovi Beatles” approdare alla maturità. Congegnato – non senza la consueta dose di litigi con Andy Partridge – assieme al “wizard, true star” Todd Rundgren, come un lieve concept album che descrive lo svolgersi di una giornata (lo testimonia l’abbrunirsi progressivo delle atmosfere lungo la seconda metà), fa sbocciare l’età adulta di talenti smisurati che, pur avvicinandosi, non si ripeteranno più a tali livelli.

Curiosamente propulso nelle college radio d’oltreoceano dalla magnifica Dear God, agra ode all’ateismo su una pagina strappata dall’Album Bianco (fu relegata sul retro del primo singolo Grass, ma una recente ristampa digitale la include a fondo corsa), l’album fonde miracolosamente unità tematica e varietà stilistica attraverso una sbalorditiva cura per il dettaglio sonoro. Ognuno dei quattordici episodi prende vita in modo magico, come una tenera sfoglia di primavera evocativa di infinte, storicizzate suggestioni pop, che tuttavia concorre a un racconto terso e ricco d’accenti, narrato attraverso un linguaggio inconfondibile.

Dall’attacco bucolico Summer’s Cauldron, prati e mosconi da campagna britannica che se ne sente quasi l’odore, ci si rotola leggeri coi Baronetti epoca 1968 nell’oriente malandrino dipinto da Grass, trovando un punto d’appoggio sulle cadenze sottilmente squadrate e il piano barocco – ma gustoso – di The Meeting Place. Il garage giocattolo, innervato di raggi di sole e innocenza, ti si appiccica tra i capelli con una That’s Really Super, Supergirl che potrà pure salvare il mondo –  ma non te – dal piangere, e quindi tanto vale allestire un Ballett For A Rainy Day a base di trame d’archi che sgusciano e saliscendi vocali impossibili, proseguiti e sviluppati dalla parallela 1000 Umbrellas. Season Cycle chiude la facciata, figlia suadente di Revolver e Pet Sounds, confortevole nel suo fragrante dispiegarsi.

Ulteriori echi dal 1966 inaugurano la seconda metà del disco col tintinnare di chitarre di Earn Enough For Us, mentre la spigliata e a tratti chiesastica Big Day funge da via di passaggio sulla sera ormai incipiente. Dall’estasi malinconica che precede il tramonto, evocata dal fluttuare privo di gravità Another Satellite, si ammara leggeri su fondali oceanici con Mermaid Smiled e il vibrafono frenetico ma docile, inseguendo jazz da “spy movie” nel club raffigurato sulla cartolina The Man Who Sailed Around His Soul. La disperazione di Dying, ticchettare metronomico e acusticherie a fungere da scheletro a un cupo meditare sulla fine, è semplicemente da ascrivere tra i lasciti migliori di Moulding, mentre Sacrificial Bonfire annuncia l’oscurità complice l’orchestrazione dall’incedere maestoso e il refrain ascendente dalla stessa propulso.

Si chiude così il giorno, immaginario e memorabile, ma a differenza dello scorrere delle lancette, Skylarking non si perde nella memoria e può ricominciare ogni volta che lo si desidera. Se appare diverso a ogni incontro, è perché siete (siamo) cambiati nel frattempo, mentre lui resta uguale a se stesso, fedele alla condizione di capolavoro che sfida – battendola – l’eternità.

1 gennaio 2006
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