• nov
    01
    2012

Album

Cardio a dinamo

E' un disco che colpisce senza far rumore, il nuovo di Adriano Modica. Diversamente da quanto accadeva nei due episodi precedenti, La sedia rinuncia a un approccio immediato e diretto (pop?), delegando al secondo o terzo ascolto (almeno) il compito di districare tutti i fili. Non che la materia sia ostica, tutt'altro. La ragione è da ricercare invece nelle aspirazioni di un lavoro a suo modo “orchestrale”, allentato, capace di rinsaldare il legame profondo di Modica con la canzone d'autore ma anche di esplorare una dimensione nuova per quella psichedelia sognante ormai marchio di fabbrica del musicista. «La sedia è fermarsi, darsi una calmata e guardare al passato per non dimenticarsi di essere stati vivi, al presente per preoccuparsi e chiedersi il perché e al futuro per ricordarsi che c'è sempre un'altra possibilità per fare meno schifo. Considero il coltivare la memoria come la base di un progresso sano, sottintendendo per progresso la rielaborazione delle cose in funzione del benessere e non la manipolazione del concetto di benessere in funzione delle cose. Non imparare dagli sbagli è al di sotto persino delle bestie».

La trilogia inaugurata dai due lavori pubblicati in passato trova quindi compimento: dall'infanzia (la stoffa morbida e confortevole di Annanna), all'adolescenza (la pietra dura della realtà esemplificata da Il fantasma ha paura), all'età matura qui rappresentata dal legno, materiale caldo e comunque vivo. Si fa pace con i mostri della vita reale, insomma, affrontandoli finalmente con occhi diversi. 

Un concept sui tempi moderni? Probabilmente si, ma alla maniera di Modica. Il che significa distorcere il punto di vista fino a interiorizzarlo in un grandangolo autobiografico sfumato, grazie soprattutto a una musica che gioca con gli spazi vuoti, le pause, gli arrangiamenti articolati. Con la poetica dei testi che segue a ruota: non più le fotografie oniriche ma essenzialmente descrittive dei “cassetti chiusi a chiave” di qualche anno fa, piuttosto suggestioni da cogliere, espressionismo slegato dalla consecutio temporum. Se Che mi dai è il brano più cinematografico e lisergico del lotto con i suoi cerchi concentrici di fagotto, mellotron e voci, l'iniziale Alieni è il Modica più familiare, Almeno il cielo è sempre uguale è l'Italia musicale in bianco e nero di cinquanta anni fa, Il divano mescola Syd Barrett e un'indole da brass band, L'albero delle mollette è cabaret in stile Liza Minnelli traviato dai Beatles (con la chiusa affidata agli intrecci vocali del “Coro acrobatico delle voci nell'armadio”).

Quel che rimane di un disco registrato in analogico, ambizioso (numerosissimi i contributi strumentali, dal timpano al vibrafono, dal clavicembalo agli ottoni, dal flauto dolce agli archi) e a cui partecipa con un cameo anche quel Duggie Fields nel '69 coinquilino del Barrett già citato, è il misto paradossale di classicismo ed estrema libertà formale che lascia trasparire. A dimostrazione che la personalità, quando c'è, non ha bisogno di effetti speciali o di trucchi da imbonitore.

30 novembre 2012
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