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Che il primo libro monografico al mondo su Robert Fripp sia stato scritto in italiano (Robert Fripp & King Crimson, editore Lato Side, 1982, da tempo fuori catalogo) dimostra ancora una volta quanto il mondo del prog rock (concedetemi la generalizzazione) debba allo Stivale e al suo pubblico di affezionati, che nei primissimi anni Settanta ha letteralmente salvato la carriera di band come Genesis e Van Der Graaf Generator. Che questo libro sia stato scritto da Alessandro Staiti, giornalista e scrittore – non solo musicale – di lungo corso (segnaliamo solo il periodo di presenza – dal 1986 al 1994 – tra le penne di Ciao 2001), è ulteriore prova della competenza e della passione che trasuda dal recente In The Court Of The Crimson King, sua nuova incursione letteraria nei territori del Re Cremisi.

Il libro (uscito ai primi di novembre 2016, in occasione della serie di splendidi concerti che i King Crimson versione 8.1 hanno tenuto in Italia) celebra, con personale trasporto ma con rigore giornalistico, il disco omonimo («l’album che ha letteralmente modificato il corso della mia vita», dice Staiti) pubblicato il 10 ottobre 1969, che per molti ha rappresentato l’inizio del progressive (parliamone. Vedi l’Appendice del libro: «I KG sono una band progressive?»), ma che per altri è stato solo un insufficiente tentativo di esprimere la forza dirompente che quella formazione, la prima incarnazione delle tante che si sono succedute in quasi dieci lustri di storia, esprimeva dal vivo. Staiti è amico di Fripp (amicizia lunga ma altalenante, con momenti, testimoniati nell’introduzione del libro dall’autore, di bizzarra ritrosia da parte di uno dei personaggi proverbialmente più particolari e intransigenti nel mondo del rock), ma giustamente restituisce la genesi e la realizzazione del disco alla band nella sua interezza, riconoscendo non solo al chitarrista ma anche a Mike Giles, Ian McDonald, Greg Lake e Pete Sinfield, ognuno per i propri ambiti di competenza, i meriti per aver sfornato un «capolavoro sconvolgente» (così definito ai tempi – prezzolatamente? – da Pete Townshend). «Negli anni a venire il disco assumerà un posto di rilievo all’interno della storia del rock, considerato uno dei più devastanti e originali album d’esordio nel suo genere». Un’opera d’arte totale, che wagnerianamente coinvolge i linguaggi della musica, della poesia e della pittura (la copertina con il faccione dell’uomo schizoide, ad opera dello sfortunato Barry Godber, che morirà d’infarto pochi mesi dopo l’uscita del disco, coraggiosamente senza alcuna scritta sulle due facciate esterne – «e neanche sul bordo», precisa Staiti – diventa subito una delle più potenti ed evocative di sempre), per molti versi rivoluzionaria. «I King Crimson nel 1969 sembrano davvero un’entità con una vita autonoma, capace di coinvolgere e sconvolgere tutta la storia del rock: il gruppo appare dal nulla come una fulgida stella cometa, fa un disco che si piazza quinto nelle classifiche inglesi e nel giro di pochi mesi e una settantina di concerti si scioglie».

La cronaca scorrevolissima di Staiti copre il breve periodo di vita dei King Crimson Mark 1, a partire dai separati esordi, nei primi anni Sessanta, del giovane Robert Fripp, chitarrista prodigio dalla personalità “complessa”, outsider schivo ma con una forte necessità di avere sempre il controllo sulle situazioni, e dei fratelli Giles (Mike, spettacolare batterista, e il bassista Pete). Il racconto diventa minuzioso dal momento dell’incontro dei tre alla fine di agosto 1967 (Fripp «legge l’annuncio dei fratelli Giles che stanno cercando un organista che canti. Cosa di meglio che rispondere a tale annuncio per un chitarrista che non canta?»), il trasferimento a Londra in cerca di fortuna, l’uscita del primo interlocutorio album The Cheerful Insanity of Giles, Giles & Fripp (13 settembre 1968), l’ingresso nel gruppo di Ian McDonald (polistrumentista, ma virtuoso di sax e flauto) e, per poche settimane, della sua fidanzata Judy Dyble (voce, ex Fairport Convention), la progressiva rilevanza di Pete Sinfield, membro non-musicista ma importante elemento di coagulazione di innovative idee estetiche (paroliere, inventore del nome della band – le due pagine che Staiti dedica alle varie interpretazioni del significato della figura del Re Cremisi sono un modello di sintesi ed equilibrio), la definitiva quadratura del cerchio con l’ingresso di Greg Lake come bassista (al posto di Pete Giles) e – splendida – voce.

Date da ricordare di quell’incredibile 1969: il 13 gennaio (giorno del trasferimento dell’ingombrante mellotron, uno dei marchi di fabbrica del sound crimsoniano, nella sala prove di Fulham Palace Road, considerato da Fripp il giorno della nascita della band), il 5 luglio (il concerto a Hyde Park nel programma di contorno allo show gratuito dei Rolling Stones), il 15 dicembre (data dell’ultimo concerto di un massacrante tour di sette settimane in America e ultimo live del quintetto, a seguito dell’abbandono di Mike Giles e Ian McDonald). Lake andrà di lì a poco a formare il supergruppo Emerson, Lake & Palmer; Fripp e Sinfield rimangono gli unici componenti ufficiali originari (anche se qualche ex darà una mano come esterno), fino al 1971. Poi sarà il solo Fripp a portare avanti il brand KC, in maniera saltuaria e sofferta, ma inesorabile, fino ai giorni nostri (per una visione complessiva sulla carriera dei KC, rimandiamo alla completa scheda che per SA ha curato Andrea C. Soncini). Una parte del libro è dedicata alle recenti uscite dei King Crimson in versione settetto con tre batterie in prima linea, e il resoconto diventa ancora più personale. Libro immancabile nelle biblioteche dei più o meno attempati appassionati italiani, e ottimo compagno di viaggio per chi abbia la fortuna di non aver ancora scoperto lo splendido album trattato con così tanta competenza e passione.

28 novembre 2016
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