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Cavalcando un filone documentaristico che negli ultimi anni ha conosciuto una fama insolita e considerevole (si pensi a When You’re Strange sui Doors o ai più recenti Amy di Asif Kapadia, What Happened, Miss Simone? di Liz Garbus e Kurt Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen), Amy J. Berg tenta di ricostruire la figura umana – e allo stesso tempo di dare una dimensione maggiore a quella artistica – di un talento spesso oscurato dalle altre stelle cadenti a lei contemporanee: Janis Joplin. Al giorno d’oggi sono davvero poche le persone che non ricordino la potenza vocale e la forza d’animo della frontwoman dei Big Brother And The Holding Company, ma in pochi ne comprendono davvero la portata epocale e il suo impatto sul panorama musicale degli anni Sessanta. Questo perché il mondo del cinema (e dei revival artistici più in generale) non le ha mai dedicato più di una nota a margine all’interno di quel volume di ricordi fatto di celluloide.

La Berg si propone di colmare questa vergognosa lacuna e lo fa con un lavoro sincero, diretto ed esaustivo, presentandoci fin da subito Janis come una timida ragazza del sud del Texas, ansiosa di conquistare il cuore delle persone e di condividere quei sentimenti considerati scabrosi e condannati aspramente dalla piccola e bigotta gente del suo paesino. Senza tralasciare le varie umiliazioni subite, vero nucleo di partenza per il suo futuro carattere (forte e al contempo immensamente fragile), la regista scava in profondità, nonostante il materiale a disposizione sia davvero esiguo; sceglie di mettere al centro del suo ritratto le persone, i ricordi, le esperienze (si passa dal Texas a San Francisco, per poi approdare alla leggendaria Woodstock con un andamento didascalico ma sempre preciso ed essenziale): in una parola, gli affetti. Al contenuto, come già detto corposo e sufficiente per chiunque si volesse avvicinare per la prima volta all’approfondimento di una delle figure chiave del rock n’ roll, si aggiunge una forma che solo a un primo fugace sguardo potrà risultare banale e ripetitiva: l’immagine di un treno pronto a innescare la velocità massima per addentrarsi in territori fino ad allora inesplorati fa il paio con la tempestiva analisi e lettura del materiale epistolare, che puntualmente ricollegava Janis a quella famiglia e a quel luogo natio, mai chiamati davvero casa, catapultandoci un passo indietro e relegando il sogno di una fama sproporzionata al mondo dei desideri da lasciare in sospeso.

Anche nell’obbligato finale, la tragicità della materia è trattata con rispettosa delicatezza, quasi a suggerire che la fine di una cantante di ventisette anni lanciata verso un meritato successo planetario è una tappa dal quale la leggenda non può assolutamente prescindere. Soprattutto nelle interviste pubbliche concesse, traspare il volto di un essere umano dotato di un potenziale enorme, forse eccessivo. Un dono che andava a scontrarsi ripetutamente contro un animo docile, profondamente umile e dolcemente malinconico. Non è un caso che il sipario cali (come anche il titolo originale ricorda) con in sottofondo la straziante Little Girl Blue. Indecifrabile, imperscrutabile, ma in fondo semplice, diretta al cuore e nobile come solo una canzone sinceramente malinconica può essere. Come era Janis…

29 maggio 2016
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