• mar
    10
    2017

Album

IBEXHOUSE

Un suono che corre finché c’è spazio. Poi, finito lo spazio, va a sbattere contro il tempo: questo il resoconto di un viaggio lungo dieci tappe che ripercorre la genesi di un giorno comune, lo stesso giorno in cui ha visto la luce il gioiellino sperimentale degli Ant Lion. Talento dirompente e personalità genuina, questo ensemble di quattro polistrumentisti arriva direttamente da Arezzo, anche se le coordinate geografiche/stilistiche sembrano suggerire una imprecisata metropoli americana, avvolta da un groviglio di rumori.

Alternative rock, jazz, punk, progressive, psichedelia, trip hop, soft rock, avant, una grande varietà di elementi musicali che in molti casi rischierebbe di creare un caos vacuo. Eppure in A Common Day Was Born non accade niente di simile, grazie al gusto tutto naïf che i Nostri mostrano di avere per l’improvvisazione, quella forza vitale che sfugge alla scrittura. È il sistema degli anticorpi di una razionalità prestabilita, quel riuscire ad andare al di là di ciò che si sa, per dirla à la Davis. Scoprire qualcosa di bellissimo e nuovo nel momento stesso in cui lo si fa: ogni improvvisazione e ogni percorso formativo dovrebbe testimoniare una libertà accessibile a chiunque sia disposto a rischiare il fallimento e la fatica della critica, per potersi avvicinare di più a una verità vissuta e non confezionata ad arte da altri. È nell’estetica dell’imprevisto che si manifesta la sorpresa: A Common Day Was Born è il quadro che permette all’inatteso di acquistare un senso musicale per contrasto, e rispetto alla relazione che stabilisce con il prevedibile. Questo disco di dieci brani si rivela un piacevolissimo imprevisto svuotato da paure e silenzio, in cui si assapora il rischio ma non il vuoto. L’arte del canovaccio, improvvisare senza fine: gli Ant Lion ci riescono, sono bravi a farlo; talmente amano questo modo di fare musica, che decidono di comporre un disco libero, quasi anarchico nella struttura, nella scelta delle melodie, nel dialogo fra gli strumenti.

A Common Day Was Born è l’album figlio di un tempo senza spazio, in cui tanta è l’influenza della dialettica jazz-rock quanta l’attitudine punk no-wave. Se le contaminazioni drum’n’bass lacerano l’opener No Belly con militare ferocia, le alterazioni grunge della vorticosa Hypno Hippo spostano l’asticella verso un art punk cerimoniale e sibillino, in bilico fra furia marziale e acidità martellanti. L’angusto e ondivago pathos di Last Day Of Night rimanda agli abissi amnesiaci di inizio Duemila, mentre le deflagrazioni hardcore di Two Needles portano a una trance psicotica, in cui i giochi armonici si fanno alquanto sporchi. È un sound ipnogeno e policromo, quello degli Ant Lion, in grado di esplorare il passato con uno sguardo totalmente innovativo e libero, sempre figlio di quell’attitudine free sfiancata e convulsa che sembra guidare le mosse dei quattro aretini. Dall’incubo dada e sensuale di Nap alla piressia nervosa del dittico finale – Astray’s Anarchy e Spring Doesn’t Fall – i giochi vocali della Blank acquistano una fisicità maggiore rispetto agli altri brani, riuscendo a mettere in atto una rivoluzione delle suggestioni. Fra trame acide e melodie sconnesse, si capovolge l’ordinario, da cui nasce un rumorismo condito da visioni art e un gusto estetico che rimanda a pianeti avanguardistici poco ortodossi e molto distorti.

Il cantato di Isobel Blank, anfetaminico e vizioso, a metà fra Lydia Lunch e un’acerba Gibbons, sposa perfettamente l’apparato musicale fornitole dai talentuosi musicisti; e se il confronto con realtà esterofile porta ai lidi di  Royal Trux e Sonic Youth, una sola è l’esperienza italiana che potrebbe ricordarci l’attitudine e il suono degli Ant Lion: quella dei torinesi Franti, corpo sonico dotato della voce marziale di Lalli. Il letargico ardore che si fa infernale bolgia di distorsioni ricorda inoltre capitoli torbidi come quelli scritti dai Severed Heads o dai nipponici Les Rallizes Dénudés a cavallo fra Settanta e Ottanta. Un rogo di chitarre e accordi beckettiani, violente bacchette e sassofoni sfiniti: agli Ant Lion non interessa soffermarsi sull’atto compositivo, quanto trasporre in musica la trasformazione del nostro pensiero in inquietudine adrenalinica. Gli strumenti che danno vita al disco attuano fra loro un dialogo slegato dalle logiche della coralità divenendo padroni di poliritmie ossessive, in un’autonomia fatta di squarci e regole interiori date alle fiamme mentre il disco riprende a suonare, and I pray for different colours / there is where a common day was born.

19 marzo 2017
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