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Crac Edizioni

Encomiabile la scelta dell’autore, Antonello Cresti, e coraggioso, in questi tempi bui per l’editoria, specie di settore, il supporto della piccola casa editrice Crac – nota da queste parti per aver dato alle stampe Britney canta Manson e altri capolavori del nostro Gabriele Marino – a questa indagine a tutto tondo svolta dal primo su un terreno alquanto scivoloso com’è quello della musica sperimentale italiana degli ultimi 50 anni. Terreno scivoloso in quanto poco identificabile e definibile, spesso trascinato nel gorgo del nebbioso e del fumoso, basato su materiali di difficile reperibilità e collocazione spesso e volentieri sviluppati in maniere etimologicamente eccentriche (Firenze, Bologna, Pordenone, e tanta, tanta provincia) rispetto a quei pochi “centri” della musica (Roma? Milano? Cos’altro?) di un Paese troppo ancorato a tradizioni passatiste, a derive accomodanti, al già noto e al cliché.

Eppure un “solco”, queste musiche off, questi percorsi laterali, sovente derivativi ma non privi di una propria identificabilità – ricordo sommariamente le parole di Valerio Mattioli quando si meravigliava dell’esistenza di un certificato “kraut-rock” e, viceversa, non di uno “spaghetti-sound”, o qualcosa del genere, per collocare certe musiche sperimentali italiane degli anni ’70, quelle al guado tra library, soundtrack e avanguardia – lo hanno segnato eccome. Tanto che Cresti, con un lavoro che non vuole essere enciclopedico né ha la protervia di risultare completista (nonostante, in verità, ci si avvicini molto, sommando centinaia di voci e gruppi e artisti e album), riesce a rendere il magma di questo complesso, sotterraneo, asincrono, indipendente movimento carsico che a strappi e spallate, riemergendo e ri-sparendo nella sua naturale sede sotterranea, si è via via creato, nel corso dei decenni, un margine rilevantissimo di esistenza; e riesce anche nell’improbo tentativo (rischioso ed esso stesso scivoloso) di catalogarlo, suddividendolo in vari movimenti, anch’essi più “empatici” che diretti e/o cronologici, geografici e stilistici, tra esperienze varie e diverse per influenza, impatto, resilienza.

Ecco così varie “macroaree” sulle quali e con le quali tentare questa mappatura del non-mappabile, tra psichedelie dell’oggi e di ieri, rumorismi più o meno brutali, dimensioni elettroacustiche, ricerca sonora, flussi da metal estremo, pionierismi elettronici, industrial sound in ogni forma la grey area permette(va) e quant’altro, a dimostrare una vitalità dell’underground italico, una serie di percorsi trasversali, un reticolo intricatissimo di dipendenze e legami, che solo i detrattori cronici e gli indefessi esterofili potranno negare.

Capirete che di nomi storici, defunti, in piena attività, ve ne sono a bizzeffe, tanto che tentare di citare qualcuno non renderebbe giustizia alla mole di lavoro con cui Cresti ha affrontato queste “musiche altre”. Una discografia apparentemente non ragionata e asincrona (ma in realtà in grado di mostrare quella serie di legami, dipendenze, influenze a cui facevamo cenno sopra) impreziosita da una serie di interviste esclusive a vari personaggi protagonisti delle pagine, e che permettono di tirare ancora di più le fila di questo disperso e prezioso mare magnum a.k.a. mare nostrum delle musiche non convenzionali.

Non un testo di mera consultazione, quindi, quanto una specie di hic et nunc della sperimentazione italiana che diventa una sorta di bibbia laica e iconoclasta delle musiche più coraggiose che l’italico suolo abbia mai ospitato.

19 ottobre 2015
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