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    01
    1972

Giant Steps

Impulse!

Soul, funk, blues, jazz, ma anche partiture orchestrali, crooning, reading e deviazioni free che scendono a patti con tematiche di stampo politico e razziale, dipingendo un quadro dal dinamismo irresistibile e la pregnante forza evocativa. Il sassofonista americano, al momento di incidere Attica Blues, è uno che, in effetti, il suo messaggio rivoluzionario l’ha già teorizzato sette anni prima nell’imprescindibile Fire Music: free che si trasfigura, gioca con il ritmo, toccando le inversioni armoniche e i saliscendi di Mingus, Taylor, Coltrane. Quest’ultimo nume tutelare e guida spirituale di uno Shepp che, con lui, incide capolavori come Four For Trane e Ascension, trasformando il free da avanguardia per carbonari a next big thing del jazz dei Sessanta. Tensioni e estremismi sonori quelli del disco di cui si diceva, che in Attica Blues si stemperano, ricercano una maggiore immediatezza – il musicista come interlocutore del popolo e per il popolo -, giocano a rimpiattino con una ridda di stili, mediano tra chincaglierie un po’ ruffiane e impegno sociale, in un disco composito sin dall’apertura. Affidata, nella title-track, a chitarre wah-wah morbide come la plastilina e ad un trio di voci femminili che più soul non si potrebbe, mentre tappeti di archi e contrappunti di ottoni – il sax tenore del Nostro più un tripudio di trombe, tromboni e cornette – si preoccupano di far salire la tensione. Un approccio ripreso anche in Blues For Brother George Jackson, brano d’apertura del lato B, strumentale col vizio del groove stampato su un basso ammiccante e colorato dai toni accesi delle “solite” trombe, anche se qui si viaggia leggeri tra funk e  impalcature ritmiche tribali studiate per garantire ai fiati qualche parentesi di improvvisazione. Le due parti di Steam vanno invece in direzione esattamente opposta: violino, viola, piano elettrico, flauto e un’overdose da crooning da far impallidire anche uno scafato come Frank Sinatra, che a dirla tutta forse non avrebbe gradito il valzer snodato che regge le fila del discorso ma di certo avrebbe apprezzato gli ottoni “piacioni” in sottofondo. Gli stessi che si ritrovano in Ballad For A Child, un soul à la Marvin Gaye seducente e suggestivo e in Good Bye Weet Pops, ultimo baluardo di un big band sound che cita Ellington e Mingus inframezzando momenti di puro swing ad aperture orchestrali meno in linea con la tradizione. Col cammeo di Quiet Dawn, con alla voce la giovanissima Waheeda Massey – figlia di Cal Massey, musicista nonché autore del brano – e in cui si balbetta tra percussioni afro, attese dissonanti e cambi di ritmo.

E la tensione politica di cui si diceva? C’è e la si ritrova ovunque. Dall’incipit Attica Blues, brano scritto sull’onda emotiva causata dalla repressione violenta di una rivolta dei carcerati da parte polizia nell’omonima prigione citata nel titolo, passando per gli intermezzi recitati di Invocation: Attica Blues e Invocation: Ballad For A Child, per finire con le destrutturazioni e le cornici spaiate di Invocation To Mr. Parker. Avanguardia che si fa pensiero che si fa linguaggio.

1 novembre 2008
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