• mar
    01
    1965

Giant Steps

Impulse!

Tensione sociale, passione politica, avanguardia jazz: Fire Music. Il free con tutto il suo impeto rivoluzionario sorpreso a dialogare con un sentimento di ritrovata identità razziale, in un periodo in cui la “negritudine” diventa un valore aggiunto, un motivo d’orgoglio, una carattere sociale dirompente. Max Roach era andato a cercarsela in Africa la sua personalissima rivoluzione con un disco come We Insist! Freedom Now Suite. Per Archie Shepp la rivoluzione è già arrivata e ha il volto di Malcom X (Malcom, Malcom-Semper Malcom), le potenzialità di aggregazione della cultura accademica – la cattedra di sociologia del jazz che il Nostro ricoprirà presso l’università di Amherst nel Massachusetts -, la visione globale garantita da una genetica polistrumentale – suona clarinetto, pianoforte, sax – che cita la modernità di Coltrane e i fascinosi fraseggi di Ellington. Avanguardia si, ma per il popolo: “Il musicista “negro” è esattamente come il popolo “negro” un fenomeno sociale e culturale. Il suo obiettivo dev’essere liberare esteticamente e socialmente l’America dalla sua assenza di umanità.

E allora una Hambone posta in apertura che da sola spiega tutto il disco, con i suoi dodici minuti in bilico tra Charles Mingus, temi al ralenti, aspirazioni atonali su deflagranti imbottigliamenti di ottoni – oltre al sax tenore di Shepp sono della partita il sassofono alto di Marion Brown, il trombone di Joseph Orange e la tromba di Ted Curson – e batteria. Quasi a sottolineare che il jazz stesso è il linguaggio della nuova società che avanza, col suo connubio di eleganza bianca e fisicità tribale espressione dell’America multiculturale degli anni Sessanta: “Quei bianchi che frequentavano i localini di New Orleans pensavano di ascoltare musica dei niggers ma si sbagliavano: ascoltavano musica americana.Prelude To A Kiss è il lato romantico di Shepp debitore nei confronti del Duke Ellington più aristocratico, The Girl From Ipanema è Sud America virato pop, Los Olvidados è hard-bop teatrale e strutturato in prospettiva free da cui emergono soprattutto i tamburi balbettanti di Joe Chambers. In una convergenza tra cambi repentini, intensità, nostalgia, attacchi selvaggi, vibrati, che recupera idealmente più scuole di pensiero fondendole in un unicum in cui far convivere Cecil Taylor, Horace Silver, Charlie Parker, Ben Webster.

Uno dei migliori interpreti della memoria babelica del jazz” si legge a proposito di Archie Shepp sul Dizionario del Jazz di Charles-Clergeat-Comolli. Impossibile non essere d’accordo.

1 maggio 2010
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