• mag
    20
    2016

Album

Republic Records

Ad analizzare, seppure con superficialità, l’estetica della ventiduenne Ariana Grande non si farebbe fatica ad accorgersi che la cantante ha poco da spartire con l’immagine della donna pericolosa, della voluttà, del peccato, della provocazione. Lei stessa si è trovata più volte a commentare come non si sentisse a suo agio con il profilo da femme fatale che, d’altra parte, è propria della maggioranza delle sue colleghe. Eppure, dopo aver dichiarato al mondo intero che «you need a bad girl to blow your mind» nella smash-hit Bang Bang, vederla in copertina indossare una maschera in latex e orecchie da coniglio ci pare il suo modo per farci arrivare a conoscere un lato di Ariana più malizioso, più da Dangerous Woman.

Due fondamentali novità, in questo terzo disco dell’artista siculo-abbruzzese-floridese: l’uso della voce e l’impatto dei brani. Uso della voce: dopo aver rivelato al mondo le sue indiscusse qualità vocali, che l’hanno messa al pari di regine del bel canto quali Celin Dion, Christina Aguilera o Mariah Carey, la Grande è stata abile in questo disco a usare le sue doti con più moderazione lasciandole adagiare nel tessuto di brani che sono (quasi) tutti uptempo o PBR&B. Non c’è spazio per la ballad vecchia maniera (se si fa eccezione per Moonlight che funge da prologo) in Dangerous Woman e i brani, almeno nella prima metà e come c’era da aspettarsi, sono tutti potenziali singoli. La produzione del disco, neanche a dirlo, è stellare. La maggioranza delle tracce vede lo zampino di Max Martin, che, da bravo Re Mida, trasforma in dancefloor o summer hit tutto ciò che tocca. È questo il destino di Dangerous Woman, che, col suo sound sexy e un po’ retrò, sembra presa direttamente da un Bond Theme; o di Into You, singolo club-oriented destinato a essere l’ossessione delle migliori spiagge di agosto; o di Side To Side, brano in levare che vede Nicki Minaj in versione rapper meno dark del solito; o di Greedy, potentissima e potenziale hit funkeggiante che strizza l’occhio a un Michael Jackson in tinte d’oriente.

C’è un grave problema di fondo, però. Laddove in My Everything le (poche) fillers rispettavano l’andamento del disco, Dangerous Woman è un disco concepito su quei sei/sette brani, tutti potentissimi, che, però, in un modo o nell’altro non fanno un disco. Peccato perché, alla fine della conta, dobbiamo lasciare fuori collaborazioni interessanti come quella con Future in Everyday o brani dall’alto potenziale come Bad Decision. Non ci resta che affermare che se Dangerous Woman doveva essere il disco della svolta al nasty side del mainstream/pop/R&B, Ariana Grande è fuori traiettoria, malgrado il latex e i bollini explicit accanto al titolo di ogni canzone. Se invece guardiamo al disco come l’onesto tentativo di giocare un po’ con la propria immagine e confezionare una manciata di singoli da far aspirare alla numero uno di Billboard, tanto di cappello. Quel che è certo è che a Dangerous Woman mancano lo scheletro, le ossa, il flow e la costanza di un album memorabile.

9 giugno 2016
Leggi tutto
Precedente
Ben Lukas Boysen – Spells Ben Lukas Boysen – Spells
Successivo
Plaid – The Digging Remedy Plaid – The Digging Remedy

album

artista

artista

recensione

artista

Altre notizie suggerite