• ott
    01
    1958

Giant Steps

Blue Note

Nelle loro diverse line-up, i Jazz Messengers di Art Blakey, sono stati, fin dalle origini, una delle esperienze più significative della storia del jazz. Da un lato per la produzione musicale di altissimo livello che ne ha contraddistinto le gesta dagli anni cinquanta in avanti, dall’altro perché in formazione si sono succeduti, nel tempo, musicisti di primissimo piano come – solo per citarne alcuni – Clifford Brown, Horace Silver, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Keith Jarrett.

Quando esce Moanin’, nel 1958, sono della partita Lee Morgan, Benny Golson, Bobby Timmons e Jymie Merritt, oltre naturalmente ad Art Blakey, quest’ultimo batterista che può già vantare collaborazioni di rilievo con Fletcher Henderson e, soprattutto, con un giovanissimo Thelonious Monk. Esperienze che gli consentono di diventare il leader di un’agile formazione, i cui meriti artistici tuttavia, per tutta la durata della sua storia, saranno sempre da suddividere in parti uguali tra tutti gli strumentisti coinvolti nel progetto. Non fa eccezione il disco in oggetto, dal momento che quasi tutta la scaletta è a firma Bobby Timmons e Benny Golson, musicisti, i due, abili nell’unire ottime melodie a un rullante, quello di Blakey, misurato ma nel medesimo istante riconoscibile. Uno stile sui tamburi che evita con cura l’overplay e gli egocentrismi, gli effetti speciali e gli approcci troppo fisici, per lavorare invece sull’uniformità e le sfumature di colore. Evidenze messe in bella mostra in brani come Along Came Betty, in cui al sax disteso dello stesso Golson rispondono il piano di Timmons e periodici crescendo sulle pelli del padrone di casa o in una title track dove un battere inesorabile sottolinea con decisione l’hard bop un po’ à la Dizzy Gillespie degli ottoni. Gillespie che torna alla mente con prepotenza soprattutto nella Are You Real? che anticipa la suddetta, in cui c’è posto per ogni strumento e a ogni strumento si concede l’onore dello svolazzo: la tromba di Morgan fa sfaceli in apertura, un pianoforte col fiatone segue a ruota, la batteria si fa chiassosa negli intervalli e il basso chiude i giochi riprendendo il tema festoso che fa da scheletro ai quattro minuti e quarantasette del programma.

Nonostante un disco che lavora moltissimo sulla melodia e relega la sperimentazione a piacevole passatempo, il fulcro dell’opera rimane comunque quella The Drum Thunder che ritroviamo verso metà programma, unico vezzo – inaspettatamente a firma Benny Golson – concesso a un Blakey altrimenti – quasi – gregario modello. Tre i temi che si accavallano nei sette minuti e trenta del brano, con un Gillespie alle prese con il jungle sound di Ellington su un battere tribale sospeso (Drum Thunder), parentesi malinconiche suonate a bordo rullante (Cry A Blue Tear), giochi curiosi tra batteria sullo sfondo e melodia (Harlem’s Disciples).

La chiusura di disco è affidata a Blues March e a Come Rain Or Come Shine, la prima un’improvvisazione piuttosto standard pensata per qualche parata pacifista e la seconda un’ennesima disquisizione sul bop d’autore che poco aggiunge a quanto già ascoltato fino a quel momento. Due brani che assieme al resto del programma, mettono in mostra un Blakey in gran spolvero e rappresentano il compimento della maggiore età per uno strumento che gli alfieri del free – su tutti, Max Roach – sapranno valorizzare oltre ogni previsione.

1 gennaio 2009
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