Film

Precorritrice della straordinaria ondata di soul bianco che irruppe e scosse il mondo della musica britannica nei primi anni Duemila, Amy Winehouse fu considerata nell’arco di tutta la sua vita una stella unica nel suo genere. Profondamente umile nell’atteggiamento suburbano a cui aveva abituato il pubblico, il suo fascino andava ben oltre l’aspetto musicale; un’infanzia costernata dal divorzio dei genitori e da disturbi causati da una bulimia comparsa quasi inaspettatamente. Questo non le impedì, però, di instaurare una lunga serie di amicizie vitali e sincere che le avrebbero fatto compagnia fino alla fine. Il successo è sicuramente un concetto problematico quando piomba sulla vita di alcune persone. Queste lo meritano senza discussioni, ma non lo bramano, ne sono anzi intimorite, spaventate, nauseate. Una di queste persone era Amy. Solo Amy. Come Asif Kapadia ha scelto di intitolare questo documentario che percorre tutta la breve ma intensa vita di una delle anime più memorabili del panorama musicale contemporaneo. Osannata persino da un veterano del settore come Tony Bennet.

Si parte dal 1998, quando una giovanissima ma non timida Amy Winehouse imita Marilyn Monroe al 14esimo compleanno di un’amica. Da lì seguiamo la sua ascesa nel mondo prima del soul e del jazz, e poi il successo internazionale. Dal buon riscontro di critica con l’album d’esordio, Frank, ai concerti nei jazz club dove la folla non era composta che da un centinaio di persone; per arrivare al boom di vendite di Back to Black, che fece schizzare in orbita la popolarità della cantante trovatasi da un momento all’altro al centro di qualsiasi riflettore; i cinque Grammy vinti nel 2008, più un sesto nel 2011 per il suo duetto con Tony Bennett. Nel mezzo, il fidanzamento (divenuto poi matrimonio nel 2007) autodistruttivo con Blake Fielder-Civil, che la fa scivolare nel mondo delle droghe: eroina, cocaina e crack uniti alla sua già nota dipendenza dall’alcool. È a questo punto che i media cominciano a interessarsi più ai suoi eccessi fuori dal palco che alla sua sensibilità artistica, che ovviamente viene intaccata e compromessa.

Kapadia è abile nell’assemblare tutti i filmati di repertorio giunti in suo possesso, ma esagera vistosamente con quelli più privati finendo per diventare ricattatorio in modo disturbante e superfluo, pur con una storia già totalmente dalla sua parte. Il tentativo di restituire la brutalità dei codici di comportamento del mezzo d’informazione verso una star della musica così fragile e sull’orlo del precipizio come la Winehouse è encomiabile, anche se avrebbe centrato pienamente il suo obiettivo con più fiducia nei suoi soli mezzi, e come aveva già dimostrato di saper fare nel documentario su un’altra figura insieme leggendaria e tragica (Senna, 2010).

Parallelamente al discorso sulla manipolazione dei media, tanto crudeli quanto patetici, si inserisce anche quello del rapporto famigliare: il padre di Amy, Mitch, se n’era andato di casa quando lei aveva appena nove anni, dandole una prima scusa per ricercare il piacere di un eccesso che sarebbe apparso come giustificato agli occhi della madre; quest’ultima è, infatti, ritratta come una figura molto debole e priva della forza necessaria a imporre la sua già precaria autorità. Mitch, che negli anni di maggior gloria si era riavvicinato parecchio a Amy con intenti sinceri, divenne ben presto il centro d’amore/odio; concentrato sul benessere della figlia, ma con un occhio fin troppo accondiscendente verso paparazzi, giornalisti, sciacalli. Un problema, quello della ricerca di controllo e stabilità, che Amy si porterà dietro per tutta la vita. Con un quadro d’insieme così tragico, condito da un periodo disperato in un centro di disintossicazione («They tried to make me go to rehab but I said, “No, no, no.”»), le avvisaglie di una tragica fine erano palesi. Tuttavia, il periodo di poco precedente alla prematura scomparsa della cantante è descritto dai suoi amici più stretti come un tentativo di riappacificazione, di voglia di riscatto e di rinascita: dopo il pasticcio rimediato a Belgrado (dove si rifiutò di cantare), l’unico obiettivo sarebbe dovuto essere il lavoro costante sull’annunciato terzo album. Un evento che, purtroppo, non si verificherà mai. Impedito definitivamente il pomeriggio del 23 luglio 2011.

Amy, presentato lo scorso anno al Festival di Cannes, ha vinto il premio Oscar per il miglior documentario e dal 4 dicembre 2015 è disponibile in Blu-Ray e DVD in Italia, distribuito da Good Films.

11 marzo 2016
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