• apr
    08
    2013

Album

Noja Recordings

Di Barbagallo sappiamo da tempo ormai la natura poliedrica, la capacità di muoversi tra sottigiliezze avant e brume roots concretizzata in modalità e incarnazioni diverse (soprattutto cogli ottimi Suzanne’s Silver). Per limitarsi all’attività solista, con Quarter Century prima e col Live At Yoko Ono poi è come se avesse segnato gli estremi del raggio d’azione, marcato un territorio che copre dalla sperimentazione electro-psych fino al folk-blues più basale. Il difficile di siffatte dichiarazioni d’intenti è non perdersi nella larghezza del fronte espressivo, mantenere ben saldo il polso della proposta. In questo Blue Record il siracusano – con l’aiuto di membri sparsi di band contigue e attigue quali La Moncada, Dead Cat In A Bag e Monade Stanca tra gli altri – sembra proprio risolvere la questione, raggiungendo una sintesi intrigante perché apparentemente non forzata, una calligrafia naturale di piani espressivi sovrapposti.

Una specie di bassorilievo blues che chiama in causa tutto un microcosmo espanso di suoni, vibrazioni e fremiti visionari. Sussurri e grida, vampe e penombre. Ci sono le sincopi folk-psych in trama sintetica wave – quasi un Julian Cope bucolico – di Hiss Of Hush ed il caracollare desertico di Radion, c’è la lunga melliflua insidiosa ipnosi raga di Rats & Mosquitoes e una Rainbow che stilla malinconia indolenziata Elliott Smith via Layne Staley, poi ancora ecco le brezze robotiche a scompigliare lo swinghettino frusto di Jewish ed una In My Better Cup mefistofelicamente devota al vangelo d’irrequietezze Lanegan. Infine, per una Soulself che mira l’iperuranio chiamando in causa perturbazioni siderali psych, jazz e prog, c’è il rinculo frugale di quella For The Turnstiles che azzecca la cover rielaborando Neil Young in chiave acidula mariachi.

Un carosello elusivo ed evocativo, ambiguo nel senso migliore del termine. Da cui esci deliziosamente stordito.

18 aprile 2013
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