• apr
    22
    2016

Album

Columbia Records

Lemonade, il sesto album di Beyoncé arriva, come l’omonimo precedente, di nuovo a sorpresa e, sulla stessa linea, propone l’artista texana come modello di post popstar che riesce a conciliare scelte accomodanti per gli appetiti commerciali e stile impeccabile, ma soprattutto di usare la propria immagine pubblica per intenti specifici. Caratteristica principale della post popstar, però, è quella di utilizzare la propria immagine nella sua interezza, esporsi come nessuno aveva osato fare prima, rischiando se necessario, e provando a risultare più genuina possibile. Per questo Lemonade, malgrado musicalmente mostri qualche passo indietro rispetto a Beyoncé (e vedremo perché), è però un disco più importante. È un disco interamente concepito da Bey, circondata da collaboratori di svariata natura e rilevanza; è un disco che non ha forse neanche senso di esistere, se non accompagnato dall’impatto visivo del film presentato su HBO; è un disco che, se necessario, segna un distacco ulteriore dalle singole discipline audio-visive (e artistiche in senso lato); è un disco che attraverso un percorso interno di sofferenza e redenzione arriva a recuperare moltissimo della vera anima di Queen Bey (quella magica, spirituale, delle terre del sud); è un disco che ha nel concetto di “true love” anche il concetto di “salvation”, applicabile ai due temi portanti (i diritti civili e umani – in particolare delle donne di colore – e il tradimento del marito), ma trasferibile anche in senso lato all’esperienza umana di tutti noi.

Dal punto di vista concettuale, Lemonade è un perfetto esercizio di formazione. Il disco-film si apre con la conferma dei rumors riguardo al tradimento di Jay Z ai danni della moglie, causando una prima sezione di sconforto, angoscia, rabbia e tristezza. Punti salienti sono la hit in levare Hold Up, che con un tocco uptempo di Diplo e un velo di raffinatezza Vampire Weekend (Ezra Koening è co-autore) chiama in casa addirittura gli Yeah Yeah Yeahs, il brano blues garage in stile The Black Keys / The White Stripes Don’t Hurt Yourself – dove Jack White fa un lavoro di “invecchiamento” niente male, creando un filone vintage (campionando i Led Zeppelin, ad esempio) che verrà ripreso più tardi da Freedom – e la visivamente impeccabile (quasi lynchiana) 6 Hinch, con il feauturing di The Weeknd. Nemmeno l’innegabilmente debole e facilona Daddy’s Lessons – un brano che mette vicino il country e il sound dell’anima soul di New Orleans – è messa a caso, perché è attraverso le lezioni impartite dalla sua terra, dal suo popolo a lungo discriminato ma genuinamente puro, che Beyoncé sembra trovare il coraggio di perdonare il marito e di procedere con la seconda parte di Lemonade, che verte invece sul processo di redenzione e riconciliazione con il rapper di Brooklyn, ma soprattutto sui valori con i quali l’artista è cresciuta. È nella ballad in vecchio stile Beyoncé Sandcastle che Jay Z appare per la prima volta nel film, scuro in volto, evidentemente colpevole, rassicurato da una moglie che gli fa promettere di non agire più in quel modo. Da ragazza allevata dai valori autentici del sud e dedita alla vita, Beyoncé non nega di aver trovato l’amore vero, quindi è disposta ad andare Forward (in pratica un brano di James Blake) e raggiungere quella definitiva libertà per se stessa che facilmente diventa libertà per le persone e per i popoli oppressi tutti (non a caso Freedom ha il feat. del rapper che più si è esposto nel parlare dei diritti dei neri in America, Kendrick Lamar).

Malgrado questa perfetta linea concettuale, che rende l’album logicamente impeccabile, musicalmente Lemonade suona lievemente poco coerente. È vero che i brani sono tutti figli delle collaborazioni e poco si distaccano dal loro stile (il pezzo con Jack White è un pezzo di Jack White, quello con The Weeknd è di The Weeknd, ecc…), laddove nell’album precedente il percorso trap/hip hop aveva un continuum ben definito dall’inizio alla fine. Additiamo ciò forse all’urgenza di comunicare la cocente delusione e il seguente percorso di rappacificamento, un meccanismo che rende Lemonade un album dolce-amaro, urgente e, come detto, più importante di tutti i precedenti.

27 aprile 2016
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