• mag
    05
    2017

Album

Vice Records

Per una band come i Black Lips, caciarona, disfatta, scorticata, figlia della tradizione che prova a rinverdire e nel mentre tenta di soffocare, il concetto di perfezione è forse irraggiungibile. Troppo levigata come idea, troppo completa, alla ribalta in tempi in cui il minimalismo è da tempo un valore estetico. Tempi che non hanno riservato per il garage (rock, punk, psichedelico, leggermente black o meno: fate voi) che una nicchia: fedele (ma non lo è sempre stata?), spesso numerosa, altrettanto spesso cool. Dire che la band di Atlanta e gli altri attori della scena siano una nuova via alla distorsione è però un po’ una forzatura: sia per la resistenza del genere all’entrata della novità, sia perché dall’arrivo sulla scena dei Black Lips stessi sono passati ormai decenni. Eh sì, cari miei: questi ragazzi sono in giro dal 1999. Fanno diciotto quest’anno. Questo discorso non toglie però nulla né alla bontà del loro canzoniere né alla rottura che in parte definiscono col passato del genere, alla luce della loro forte personalità.

Maturità, dunque? No, ma consapevolezza sì, e anche molto lucida. Come dire: siamo coscienti di essere strampalati, siamo lucidi nell’inserire questa caratteristica nei nostri incastri. I Black Lips, a tre anni dal precedente e convincente Underneath The Rainbow, sanno che l’errore in cui potrebbero incorrere è la ricerca del disco senza errori, senza sbavature, dimenticandosi di una parte fondamentale del loro cervello sonoro: quell’emisfero fatto di feste (per loro definizione incasinate), di pestare sconclusionato, di pogo e stage diving e blues velocizzato e rumore. Non ci cascano, i cinque membri del gruppo: se da un lato hanno la barra puntata sulla coscienza del proprio suono, dall’altro sanno che quella coscienza è spesso annebbiata. E ben venga: l’addomesticamento pare ancora lontano. Non il divertimento.

Certo, i suoni sono leggermente più quadrati (in linea con le ultime uscite), ma si parla sempre di cesello dove c’è la carta vetrata: a partire dalle voci di Jared Swilley e Cole Alexander fino alle chitarre, la cosa davvero interessante dei Black Lips è come riescano a inscenare sempre questa cerimonia di mancanza, di incompletezza (sono discorsi che, forse, neanche a loro interessano, ma tant’è). Nei movimenti del gruppo convive la tensione verso una tradizione ben definita, un’anima incattivita e una leggera follia che sembra sempre sul punto di far crollare tutto, dai volumi all’intonazione, alle accordature. Ed è forse la cosa che più tiene vivi i Black Lips, maestri nel far stare dentro a un disco – e dentro una singola canzone – tutti questi elementi, e nel riuscire comunque a non essere perfetti ma terribilmente seducenti. Li guardi e ascolti e non pensi a loro come autori, compositori. Eppure lo sono, di quella tradizione che unisce l’acidità e la drammaticità con l’ironia, l’assalto e la melodia.

Guardando la tracklist, il primo pensiero va agli interludi: si son messi a fare un concept album? No. Il rischio decade quando si nota come all’interno dei vari brani e dello scorrere del disco si sentano tutte le anime dei Black Lips: un’idea che non può dare unitarietà. Satan’s Graffiti or God’s Art? potrebbe diventare un caposaldo nella discografia dei Nostri, perché mai come in questo disco la band ha fatto uno sforzo sonoro, compositivo ed esecutivo notevole, pur senza risultare snaturata o tantomeno affievolita o – per carità – snob. Uno sforzo che permette a questa ottava prova lunga di ergersi a summa del Black Lips-pensiero. Qui ci sono gli assalti esacerbati e pop (Can’t Hold On), lì le cavalcate quasi western (non a caso dal titolo Occidental Front) in cui si innesta il fragore Thee Oh Sees; qui i numeri collettivi e quasi natalizi (Crystal Night), lì le virate al limite del punk (We Know), più in là ancora i numeri classici dei cinque (In My Mind There’s a Dream). Da notare che ogni pezzo ha una sua ragion d’essere, nell’estensione del ventaglio che va dal ruvido al suadente, al confuso.

Non è dunque, questo Satan’s Graffiti or God’s Art?, un disco che farà urlare alla rivoluzione interna al garage-punk-pop-quel-che-volete-voi. Senza dubbio, però, potrebbe rappresentare un punto fondamentale nella discografia della band, perché ne prende i rivoli dispersivi e dà loro consistenza. Chissà che, tra qualche anno, non si pensi a questo come il disco da avere dei Black Lips…

5 maggio 2017
Leggi tutto
Precedente
Bonnie “Prince” Billy – Best Troubador Bonnie “Prince” Billy – Best Troubador
Successivo
Kasabian – For Crying Out Loud Kasabian – For Crying Out Loud

album

recensione

artista

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite