• set
    30
    2016

Ristampa

Numero Group

Primi anni Novanta, New York City, a cavallo tra i mandati di sindaco di David Dinkins (democratico e il primo e unico afroamericano in the job) e Rudy Giuliani, con una svolta repubblicana che non si registrava in città da decenni. Sono anni di trasformazione, che hanno portato definitivamente fuori da Manhattan le frange più creative della società. I vecchi edifici industriali del Lower East Side si svuotano di musica e creatività, ma lasciano un’eredità enorme: Sonic Youth, DNA, Talking Heads, Glenn Branca, Television, Richard Hell, solo per citare quelli che vengono in mente di primo acchito. Qui, a questo incrocio della Storia, che si realizza a un tavolo di un ristorante, si trovano i due fratelli Pace, italiani e studenti di musica, e Kazu Makino e Maki Takahashi, giapponesi e studenti d’arte. Hanno una grande ammirazione per i DNA e la no wave. Da quelle nuove sonorità di chitarra, da quelle attitudini inedite che stanno vedendo la luce in città sbocciano i Blonde Redhead. Li ritroviamo qui, gruppo agli esordi, in questa raccolta uscita per Numero Group, con i loro primi due dischi (l’eponimo del 1994 e La mia vita violenta del 1996) e una serie di memorabilia da completisti.

I due dischi vengono etichettati come noise-rock: un qualcosa che si era già sentito, che mescola chitarre abrasive imbottite di effetti e pedali con le strutture del rock. Il noise-rock dei Blonde Redhead dei primi Novanta forse non è ancora del tutto a fuoco, in particolare nell’esordio, si dice sia ancora troppo in debito con la stagione che li ha preceduti. Da questa derivatività nasce l’accostamento, non privo di fondamenti, con i già citati Sonic Youth. Quello che rende interessanti le canzoni del gruppo sono le progressioni di chitarra, gli originali incastri magari con tempi dispari (un tratto che caratterizzerà quello che chiameremo math rock), una certa “fuorezza” della Makino che si alterna alla più pacifica voce di Amedeo. Un disco che forse non lascia il segno – nessun brano davvero memorabile, un amalgama ancora da equilibrare al meglio – ma si nota che la classe è lì pronta a venire fuori.

La mia vita violenta, ispirato alla vita di Pier Paolo Pasolini, è sulla stessa linea del precedente e serve a mettere a fuoco l’estetica lo-fi che caratterizza la proposta musicale, soprattutto con l’assenza del bassista. Viene solitamente considerato come un episodio meno riuscito rispetto al successivo disco, Fake Can Be Just As Good, che li accasa presso Touch And Go e ne allarga di molto la base di fan. Ma è un errore dimenticarlo. L’opener (I Am Taking Out My Eurotrash) I Still Get Rocks Off è un bel programma: la voce sottile e acida di Makino in primo piano (elemento cruciale per l’estetica della band), effetti stratificati sulla chitarra di Amedeo, echi di rock and roll stirati in un gioco meccanico che trasfigura e trasforma la materia originale, una batteria puntale ma – insolito per il momento storico – attenta a sfruttare maggiormente le possibilità timbriche offerte dallo strumento (ascoltare soprattutto la versione live negli extra di questa compilation). Ma ci sono almeno altri due buonissimi pezzi: Harmony, che flirta con la psichedelia, e UFO, che ricorda le cose migliori degli Yo La Tengo di fine Ottanta.

La carriera successiva è lì a mostrare che il buono che qui pare a volte trattenuto, come un cavallo selvaggio non del tutto domato, è alla fine venuto fuori e, anzi, ha provato anche diverse mutazioni nel corso della propria esistenza senza perdere mai di vista l’orizzonte estetico. Nell’era dello streaming, forse una riedizione su supporto fisico non è indispensabile, ma questa è una pagina del rock che non deve andare dimenticata.

10 ottobre 2016
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