Advertisement
  • set
    01
    2012

Album

Columbia Records

Verrebbe da dire che Dylan non ha mai smesso di riportare tutto a casa, una tensione centripeta che identifica le radici folk-blues come le architravi della sua poetica. Col nuovo millennio, fatti i conti coi residui di se stesso alla mercé degli anni nel notevole Time Out Of Mind, è letteralmente imploso reinventandosi alla stregua di un mestierante del Delta, abitante dei palcoscenici del tour senza fine, rigorosamente defilato dalla contemporaneità, dal famigerato impegno.

Una possibile lettura del clip di Duquesne Whistle sembra proprio andare in questa direzione: il desiderio impossibile del protagonista pulsa assieme allo swing tosto e asprigno della canzone, addirittura coincide con una dimensione di sogno in cui trova realizzazione, prima di venire risucchiato dalla dura realtà che lo lascia pesto e incosciente sul marciapiede, oltrepassato da un Mr. Zimmerman sommamente indifferente. Come se con questo volesse dirci: come musicista non mi spetta agire per migliorare le cose, il mio ambito di competenza è l’espressione, dare forma alle emozioni profonde e superficiali, quanto al resto vedetevela voi. Se poi nel piglio beffardo di questo jump blues dalla sgargiante grana vintage pensate di avvertire un retrogusto struggente, persino commosso, fa parte del gioco, è questo il filo sottile e malfermo su cui l’ascoltatore è chiamato ad azzardare l’equilibrio.

C’è da dire comunque che gli appassionati di Sua Bobbità sono abituati a provo ben più articolate di quella rappresentata da Tempest, disco su cui inevitabilmente grava il peso quantitativo e specifico dei trentaquattro predecessori, nonché il mezzo secolo preciso di una carriera formidabile anche oltre l’aspetto musicale. Ogni considerazione riguardo queste dieci nuove tracce finisce quindi per assumere una valenza marginale, tipo che Narrow Way incalza arcigna come una nipotina catarrosa di Tombstone Blues, che Scarlet Town pennella tinte fosche di dobro e violino ponendosi nel guado tra Desire e Oh Mercy, oppure che la conclusiva Roll On John (dedicata a Lennon) sciorina denso agrodolce rimpianto come un antico nodo finalmente sciolto, la calligrafia accorata altezza Blood On The Tracks.

Nulla certo che possa intaccare le posizioni nobili del canzoniere dylaniano: l’asticella è volutamente posizionata più in basso, con laconico realismo prende atto che l’età dei colpi di genio è alle spalle, perciò sembra accontentarsi di sfornare struggimenti Fifties (Soon After Midnight) o cavernosi delta blues (il Waits in fregola John Lee Hooker di Early Roman Kings), mettendo a dura prova la capacità di attenzione dell’ascoltatore con una lunga Tin Angel dall’andatura tanto livida quanto tediosa, seguita da una title track ancora più lunga, un valzerone irish dal taglio morbido – ci senti qualcosa del nazionalpopolarismo springsteeniano altezza Seeger Sessions – che cozza con l’allegoria apocalittica del testo (dedicato alla catastrofe del Titanic).

Siamo insomma dalle parti di una aurea mediocritas affidata ad una voce sempre più scorticata eppure in grado di tenere la barra con piena padronanza, superandosi nel crooning malmostoso di Long And Wasted Years e fallendo solo in occasione di quella Pay In Blood con le sue sconsiderate brame soul rock di stampo E Street Band. Album tutto sommato gradevole con un apparato di testi che fornirà un altro po’ di materiale ai mai domi dylanologi. Niente di più, niente di meno. Si vocifera che potrebbe essere l’ultimo per il settantunenne del Minnesota: non ne sono convinto, ma cosa è lecito o non lecito credere con Dylan?

8 settembre 2012
Precedente
A Perfect Day Festival 2012 A Perfect Day Festival 2012
Successivo
Andromeda Mega Express Orchestra – Bum Bum Andromeda Mega Express Orchestra – Bum Bum

SA Magazine

Recensioni più lette

album

recensione

recensione

album

Bob Dylan

Bob Dylan In Concert – Brandeis University 1963

artista