• nov
    18
    2016

Album

Atlantic Records

Sicuramente Bruno Mars nella vita scopa un sacco, come credo intenda farci intendere con una copertina in cui si presenta con un pigiama improponibile e una posa da smargiasso che la sa lunga e ne ha viste tante. Irritante e inquietante crossover tra Michael Jackson e Ken Carson, Bruno è simpatico, ma sembra troppo fatto di plastica per non essere cinici. Uno degli ulteriori parchi tematici anticipati alla fine della prima stagione di Westworld potrebbe avere per protagonista il piccolo hawaiano (165 cm di frizzante simpatia, morbidi boccoloni e denti bianchissimi), magari proprio al Neverland Ranch.

24K Magic è il suo ritorno dopo quattro anni di silenzio interrotti solo dalla hit-sbarella-classifiche Uptown Funk con Mark Ronson. Sul disco in sé è presto detta: una roba che più di maniera non si potrebbe, con i soliti scimmiottamenti di Michael Jackson, James Brown e Stevie Wonder, le chitarrine g-funk, la West Coast, i party, le donne, i Daft Punk di RAM da 80s liofilizzati, eccetera, eccetera. Dai singoloni ballabili e piacioni (la title track su tutti) alle doverose ballatone strappamutande che prendono il Phil Collins più mieloso e lo portano di peso nel soul nero degli Ottanta, tutto è esattamente come te lo aspetteresti; ivi compresi i testi, di cui per pura cattiveria vi riportiamo un illuminante scorcio pescato da Straight Up & Down (sì, proprio così): «your booty deserve a celebration/and I’m gonna celebrate it all night long». Più in alto di così non si vola, inutile sperarci.

Se proprio vogliamo trovare un pregio in tutta questa artificiosa plasticosità, oltre ad una discreta orecchiabilità che porta il disco ad essere una valida alternativa all’ultimo mixtape di Tinashe come soundtrack per le vostre serate più micione, è che può essere preso ad ottimo esempio per una precisa tendenza del mainstream pop più recente. Semplificando e sintetizzando al massimo, nel 2016 i principali trend emersi o arrivati a compimento a livello di heavy rotation possono essere raccolti in quattro filoni principali: da un lato abbiamo la definitiva esplosione della dancehall surgelata e dei caraibismi vari (fenomeno che abbiamo approfondito in questo articolo con Capibara) in scia Diplo e soci – vedi il Drake di One Dance, il tandem Justin Bieber/Major Lazer (appunto) o anche solo la nostrana Baby K. Poi c’è la trap, tanto millantata quanto interpretata male – soprattutto dalle nostre parti – e a proposito della quale chi scrive si è già espresso su queste pagine in un approfondimento dedicato. Dall’altra parte, quasi di contrasto, abbiamo l’eterno ritorno dell’uguale, la retromania nostalgica e rassicurante incarnata dal fenomeno Stranger Things, Star Wars e Twin Peaks, che si concretizza su un versante bianco nella ripresa del synth-pop (con dischi anche molto validi, vedi Shura o il nuovo dei Pet Shop Boys) e su un crinale black in un ritorno di tutto il calderone r&b, soul, funk, eccetera. In quest’ultimo ambito, quando va bene (anche benissimo) arrivano dischi come l’ultimo Childish Gambino. Quando va così così ecco The Weeknd. E poi ci sono i 24k Magic di Bruno Mars.

22 dicembre 2016
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