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    20
    2017

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Dischi Bervisti

Tommaso Mantelli è un animale raro nella fauna musicale italiana; polistrumentista e produttore, è un personaggio alquanto iperbolico e frenetico, sotto molti aspetti – non ultimo, quello delle collaborazioni e dei vari progetti che lo vedono coinvolto: dalla sua militanza nel Teatro degli Orrori agli innumerevoli lavori in veste di produttore, Mantelli si è di fatto distinto tra i vari musicisti di una scena che definiremmo, più o meno, “altra”, proprio per la sua attitudine poliedrica che lo ha posto come uno dei più bizzarri sperimentatori della materia sonora. Ma è nel progetto Captain Mantell che il nostro prende le redini e sfoga le sue fantasie, e come un novello Frankenstein assembla, dà corpo e vita ad un mostro dai vari volti, un Giano Bifronte fagocitato e nutrito con tutte le influenze possibili da lui gradite (dal prog alla psichedelia, dal rock duro di stampo anni Settanta alla new wave e ritorno), molto spesso condendo il tutto con un immaginario ben definito, quasi sempre etereo, a tratti oscuro, popolato da strane creature e demoni (interiori e non), ma che in ogni caso volge lo sguardo lassù, verso lo spazio profondo. E non è un caso, visto che un’assurda coincidenza, un’omonimia lega questa sorta di tuttofare veneto ad un capitano della marina militare americana, Thomas Mantell, che negli anni Quaranta fu messo a capo di quelli che oggi definiremmo ufo fighters (o foo fighters, pensate un po’), in seguito al crescente numero di avvistamenti, più o meno farlocchi, registrati proprio in quel periodo storico.

A coadiuvare il “nostro” Mantell nelle sue rumorose scorribande spaziali, abbiamo l’Ammiraglio Dix (Mauro Franceschini) alla batteria e il Sergente Zags (Sergio Pomante) al sax. L’ultima e sesta avventura di questo entourage, però, non indaga tanto su altre forme di vita, incontri ravvicinati e telefonate extra-urbane particolarmente costose, ma rimane con i piedi ben saldi a terra: Dirty White King poggia infatti su un impianto narrativo piuttosto solido, raccontandoci la storia di un re e del suo uccisore, della fuga di quest’ultimo, del perdono e del tormento che anima l’uomo, e che legittima la sua sete di potere. È tuttavia una storia dai contorni non molto definiti, che si snoda però in scioltezza tra dodici tracce molto eterogenee tra loro: si parte dal galoppante stoner/blues della title track, in apertura all’album, passando per il tosto noise-prog dalle tinte free jazz di In the Dog Graveyard, per arrivare alle spazialità orchestrali della strumentale Livor Mortis e alla successiva Let it Down, che vedono entrambe la partecipazione di una vecchia conoscenza di Mantelli, ovvero Nicola Manzan (presente in altre due tracce dell’album), noto ai più sotto l’alias di Bologna Violenta e che aggiunge sapore e un vibe più maestoso alle tracce con i suoi arrangiamenti d’archi.

La traiettoria della navicella di Mantell e dei suoi è ampia ed ondivaga, prende spunti dal grunge e da certo metal contaminato, a tratti, quanto dal prog e da varie trame jazzistiche, alternando con sapienza e gran senso dell’equilibrio e della dinamica passaggi più ritmici e incalzanti, se non veri e propri schiaffi sonori (come la conclusione affidata alla maestosa e poliforme And Nothing More to Come… Maybe), ad episodi più eterei e spettrali, come Inner Forest, che vede la partecipazione di un Francesco Chimenti – leader dei Sycamore Age – che dona al brano un’attitudine ancor più sinistra, ma non meno magnificente, conducendolo verso un finale che fa molto rumore e quasi sotterra l’ascoltatore.

Dirty White King, in sintesi, pare essere l’episodio più compiuto e valido dell’epopea dei Nostri, perché dona la famigerata “quadra” sonora ad un progetto di per sé molto libero da schemi e preconcetti. Ancora meglio, veicola l’idea che il Capitano si sia veramente divertito come un matto: siede dietro al deck, ed è un bell’ascoltare; lavora di fino sugli arrangiamenti ed osa come non mai, coinvolgendo tante forze esteriori al progetto; poi, gioca con le citazioni ed i rimandi, rifacendosi a certi tòpoi caratteristici della produzione crimsoniana (tanto che lo spirito di Fripp pare aver corrotto e posseduto i nastri…), oppure recitando per intero il poema Alone di Edgar Allan Poe sopra un tappeto vagamente noir, dal ritmo tribale e al tempo stesso dal passo felpato (il brano Worst Case Scenario). Insomma: missione compiuta.

16 aprile 2017
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