• feb
    24
    2017

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Urtovox

Il blues c’entra con l’Africa e il sud degli Stati Uniti, ma anche con il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Est Europa e chissà quale altro luogo. Il blues è ovunque, e non parla solo l’idioma delle assonanze stilistiche tra le varie tradizioni musicali, ma anche – e soprattutto – quello degli esseri umani e dei loro affanni. Il blues non è solo musica: è uno stato d’animo scolpito in una canzone in cui si mescolano malinconia e disperazione, e che è il medesimo per latitudini, lingue ed emigranti differenti. La sicula Rosa Balistreri non era, a suo modo, blues? Lo era eccome. Cesare Basile lo ha capito prima di noi, e più o meno da Sette pietre per tenere il diavolo a bada (2011) si è fatto via via più convinto dell’idea coraggiosa di conciliare i germi della sua musica – da sempre sondata dal blues, ma anche sorretta dal cantautorato – con la tradizione musicale del Sud Italia, e in particolare della sua Sicilia. L’omonimo album pubblicato nel 2013 è stato un po’ la svolta di un percorso che in quel momento ha scelto di affidarsi a un luogo, un tempo, una lingua, una strumentazione e una cultura ben precisi.

Ritroviamo lo stesso approccio in U Fujutu Su Nesci chi fa?, degnissimo successore di quel Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più uscito nel 2015 e vincitore della Targa Tenco come miglior album in dialetto dell’anno. Anzi, a nostro avviso anche superiore nel delineare ipertesti geografici e stilistici stratificati che si incontrano in un ideale boogie – alla maniera di sua Maestà John Lee Hooker – il cui beat parte dall’Africa dei Tinariwen e di tutto il tuareg blues (la title track, ma anche Lijatura) e arriva in qualche piana della Sicilia grazie a un cantato dagli aromi mediorientali (la splendida Tri Nuvuli Ju Visti Cumpariri) o magari a certe filastrocche circolari (Cinqu Pammi). A reggere il tutto, una sorta di concept spiegato dallo stesso Basile: «Questa è la storia della Dannata, la città in cui per sortilegio gli offesi sono grati a chi li offende. La storia della tromba d’aria che viene a distruggerla, la storia che si racconta quando una donna si fa scuro e tempesta per giustizia o per vendetta. La vigilia, la sorte imprevista, i passi di un bastone che ruota nella quiete, il gioco dell’oca della rivolta, il fuoco dello sconfitto deriso e beffato financo dal demonio. È storia narrata agli angoli delle piazze dalla voce consumata di un vecchio cuntista. Ed è la paura, il nostro insoddisfatto bisogno di consolazione».

La forza di U Fujutu Su Nesci chi fa? non sta solo nell’ottimo songwriting, ma anche in una spirale di significati e intensità nobili che, seppur a bassa battuta, è capace di catturarti inesorabilmente ascolto dopo ascolto. Da un lato una strumentazione in gran parte acustica che tuttavia non rinuncia alle ricercatezze (ad esempio, in quello strano esercizio tra folk, noise, Africa tribale e bassi in saturazione che è Fimmina Trista Fimmina Nata, o magari nel groove di Cola Si Fici Foco), dall’altra una lentezza tutta umana che snocciola storie di vita e malinconie ancestrali. In mezzo, una musica cantata in dialetto, certo, ma universale per sentimento, e che non ha bisogno di essere rinchiusa in sottocategorie limitanti frutto di ascolti distratti. Tra i crediti dell’album ci sono anche Simona Norato, Enrico Gabrielli, Rodrigo d’Erasmo, Roberta Gulisano, Sara Ardizzoni, Guido Andreani, per un disco splendido, catartico e necessario, soprattutto in questi tempi di musiche furbette e pronte per l’usa e getta. La certezza che accompagna la nostra decisione di spedire senza indugio U Fujutu Su Nesci chi fa? tra i migliori album dell’anno è che a fine 2017 saremo ancora lì a riascoltarlo. E a riascoltarlo.

22 febbraio 2017
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