• feb
    17
    2017

Album

Black Acre

Cristiano Crisci e Andrea Mangia soprattutto, ma anche Dj Khalab. Non è del tutto fuori luogo spendere la parola “scena” in questo caso, in riferimento a vari producer italiani che fanno loro una visione accomunata da alcune parole chiave: il pan-africanesimo, l’afrofuturismo, i tribalismi e gli esotismi etnicheggianti, e uno sguardo anche puntato alla tradizione library music di casa nostra. Il risultato è un dancefloor d’ausculto cosmopolita che pesca sincreticamente dal folklore africano, dalla bass music made in UK, dalla footwork e dalla ghetto house di Chicago, ma anche da una psichedelia sfumata e gentile debitrice tanto verso le colonne sonore di serie B dei film di genere italiani quanto verso Four Tet e Caribou. C’è poi anche un’importante fetta di hip hop, bastarda e contaminata a sua volta, che manda bacini all’abstract HH di un Prefuse 73 e alle stortezze dei Clouddead, oltre che al (post)wonky losangelino di Flying Lotus, Thundercat e compagnia Brainfeeder.

Semplificando e ghettizzando per compartimenti stagni, potremmo poi collocare Populous sul versante più pop della cosa, e Digi G’Alessio/Clap! Clap! in una dimensione più filologicamente electro. Le peculiarità dei due, in tal senso, sono ben evidenti dai rispettivi Night Safari e Tayi Bebba. Rimane comunque chiaro che non di una rigida dicotomia siamo parlando, ma di una sfumatura più labile; e se da un lato questa contribuisce a rendere personali e ben differenziate tra loro le rispettive proposte, dall’altro è certificato come i due si siano vicendevolmente influenzati in una fluida continuità di percorso che li ha «condotti, inesorabilmente, qui». Ecco allora che anche in questo nuovo A Thousand Skies compaiono pezzi che inequivocabilmente hanno una curvatura più pop, come in Nguwe. Certo manca la hit col tiro da singolone definitivo come poteva essere la Fall del caso nel disco di Populous, ma non sono pochi i momenti in cui fanno capolino melodie decisamente più aperte rispetto a quanto accadeva nel predecessore.

Ad ogni modo questa rimane “una delle” e non “la” chiave di lettura dell’album, che non si risolve banalmente solo nell’essere il disco pop di Crisci. Il producer toscano mostra infatti ancora un volta (e perfino più che in passato) un’impressionante padronanza delle macchine e delle soluzioni, che è poi il motivo per cui l’album – pubblicato ancora da Black Acre – può vantare questa volta una distribuzione attraverso i canali Warp. C’è – come abbiamo detto – ancora l’hip hop decostruito e capace di flirtare con il jazz della città degli angeli che guarda a FlyLo (Hope su tutte, ma vedi anche le divagazioni pianistiche di Ode to the Pleiades, o l’orientaleggiante Flowing Like a Snake in Ophiuchus’ Arms), ci sono dei solidi tappetini di UK funky in scia Keysound (Ar-Raqis), le scorie dubstep di Betelgeuse’s Endless Bamboo Oceans e i rimandi footwork di pezzi come Rainy Souls, Gllomy Futures e Centripetal. Il tutto è poi attraversato dalle consuete fascinazioni etnicheggianti di cui già abbiamo parlato, con campionamenti, voci, percussioni e sonaglini vari che arrivano sia dall’Africa che dalla (Magna) Grecia e dall’Europa Mediterranea, scansando con una naturalezza disarmante l’effetto cartolina di maniera grazie ad una maturità che si respira viva e vibrante in ogni beat.

È questo un disco pensato e pe(n)sante, ragionato e riflessivo (15 pezzi che però scorrono via che è un piacere) e che va lasciato riposare e sedimentare. Tra (post)umanesimo digitale e primitivismo futurista, tutto funziona come meglio non potrebbe.

18 febbraio 2017
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