• mag
    19
    2014

Album

Parlophone, Atlantic Records

La scoperta più inverosimile che possiamo fare, a proposito di Ghost Stories, sesto disco dei Coldplay, è che rappresenta il primo vero break-up album di un gruppo che ha basato il proprio successo planetario e multi-milionario su decine di break-up song malinconiche che vanno da Shiver a The Scientist, passando per gli episodi minori di ogni singola pubblicazione fino al pomposo e frammentario Mylo Xyloto. Qualcosa deve essere evidentemente cambiato, perché Ghost Stories prende le distanze dalle über-produzioni recenti e dai barocchismi di Viva La Vida, tralascia i toni da stadio, per ritrovare un intimismo e una compattezza ormai persi dai tempi di A Rush Of Blood To The Head.

Se questo può bastare per far pensare a un ritorno a casa, bisogna specificare che al tempo stesso il tessuto sonoro messo insieme dallo stuolo di produttori, tra i quali spicca Paul Epworth, è significativamente differente da quello dei precedenti episodi. Il disco si affida a filtri sintetici e strutture essenzialmente elettroniche, in cui la band riesce ad incastonare chitarre evanescenti e misurate che arrivano leggere ed altrettanto leggermente svaniscono nel torpore atmosferico – succede in Midnight (co-prodotta da Jon Hopkins) o nella perfetta rotondità pop di Magic, l’ideale contraltare maschile alla sobria aridità limpida offerta da Lorde in Pure Heroine, praticamente la versione senza funk del Pharrell di Happy.

Ghost Stories è un album moderno perché offre un design sonoro conciso e collaudato che limita gli orpelli senza riuscire a ridimensionarli. In pratica tutto finisce per fare affidamento sulla voce narrante di Martin, al solito nelle proverbiali vesti di menestrello querulo, che nel pieno dei trent’anni si guarda indietro per guardare avanti. Lo stesso frontman ha spesso ripetuto, anche a Zane Lowe, che i suoi testi non saranno mai ai livelli di Jay-Z o di Morrissey, ma che al tempo stesso si diverte a nascondere i manoscritti delle nuove canzoni in nove biblioteche sparse per il mondo, manco fossero sublimi poemi di Yeats pronti ad illuminare l’umanità. E, manco a dirlo, il tallone d’Achille dell’intero lavoro sono proprio i suoi testi.

Martin prende il concetto di semplicità per riportarlo ai livelli artistici di una dedica in sovrimpressione sul fondo dello schermo di MTV. “All I know is that I love you so/So much that it hurts“, canta struggente in Ink, con “Late night watching TV/Used to be you here beside me” di Another’s Arms a ricordarci quanto analgesica possa essere l’offerta emozionale di una ricca (ex) coppia inglese alle porte della mezza età. L’episodio sicuramente più nostalgico delle produzioni passate rimane la ballata acustica Oceans, cui segue l’unico vero scivolone del disco, A Sky Full Of Stars, numero in crescendo con cassa dritta prodotto dalla sensation EDM svedese Avicii (paradossalmente, sembra funzionare più all’interno della scaletta che come singolo portabandiera).

Partendo dall’idea di un interessante concept e lasciandosi ascoltare senza lungaggini, Ghost Stories è un disco onesto che non riesce a nascondere un debole songwriting, un lavoro destinato ad essere dimenticato con la stessa leggerezza con cui si presta all’ascolto.

19 maggio 2014
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