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  • nov
    05
    2013

Album

Modular

Quello che intorno al 2007 rischiava di essere un ritorno spazza tutto di 80s pop, di elettronica old school, di oggettini vintage reindirizzati ai nuovi palati dell’era dei social network, alla fine si è risolto in qualcosa di più, con esperimenti più mirati: il ritorno del funk, l’italo disco e, soprattutto, sonorità più scure, meno liberatorie, più claustrofobiche. Ciò non toglie che, all’epoca di In Ghost Colours (2008), gli australiani Cut Copy avessero saputo negoziare, mostrare al mondo la loro versione (per quanto citazionista) dell’electro pop. E l’avevano fatto, senza scadere nel sapore da hit da classifica, che aveva colpito gente come Hercules And Love Affair o Empire Of The Sun. Tutto questo passando dalle fantasie art fine Seventies/Eghties di Zonoscope (2011), che si perdevano persino in nomi del calibro di Talking Heads, Xtc et similia.

Il suggerimento all’ascoltatore che approccia Free Your Mind è di perdersi per un istante nelle fantasie lisergiche delle Summer Of Love, sia di fine anni Sessanta che dei primissimi anni Novanta. Questo perché, come recita il titolo, il disco vuole essere non solo un omaggio a quel periodo, ma anche un viaggio in bilico fra la psichedelia dei figli dei fiori e quella sintetica della Madchester dell’Hacienda finalizzato alla perdita momentanea dei sensi, per recuperare un rapporto diretto con le passioni, con le cose importanti. Il tutto con al timone uno che di caleidoscopi sonori se ne intende: quel Dave Fridman che ha messo mano a dischi di Tame Impala, MGMT e Flaming Lips.

Sintomatico e interessante risulta, quindi, l’avvicinamento non solo filosofico, ma di sound all’acid house, colorata di neon (e la copertina ne è l’esempio più emblematico), di cassa dritta e bassi profondi e sincopati, di tinte world, di sprazzi etno, con la particolarità esistenziale di far parte tutti di un unico viaggio interstellare. Il tentativo – che si coglie soprattutto in brani come Free Your Mind, Footsteps, Walking In The Sky – è quello di dare una propria versione della lezione di Screamadelica dei Primal Scream, magari aggiornandola e sintonizzandola col nuovo Jagwar Ma. I Nostri colpiscono meglio, però (ed è così da tempi non sospetti), quando vanno a mettere mano alle capacità vocali di Whitford (We Are Explorers, Meet Me In The House Of Love), così armonico e profondo da ricordare Bernard Sumner dei New Order, band che, non a caso, torna spesso in questo disco. Decisamente Mtv-oriented e, a tratti, molto fastidiosi, invece, quando cercano l’epico e il corale, come a dover smuovere le grandi arene (spesso viene in mente il periodo splendido, ma un po’ megalomane di Zooropa degli U2).

A giochi fatti, resta comunque una sensazione di benessere. Il viaggio acido è riuscito, anche senza scomodare necessariamente Happy Mondays (molto più disordinati), Stone Roses (molto più seriamente massicci) o Inspiral Carpets (persino più scanzonati). Free Your Mind rimane un lavoro che si fa accettare, a scapito di un tentativo forse troppo pretenzioso. Ma, in fondo, anche se non ascoltiamo nulla di nuovo, anche se spesso storciamo il naso sospettosi della faciloneria dell’operazione, ci piace essere viziati con una manciata di melodie e un colpo di anca ogni tanto. 

9 novembre 2013
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