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Dilaniato da problemi d’ogni sorta fin dalle prime fasi delle riprese (con le immediate proteste degli eredi e della famiglia Simone), datate ormai 2012, il biopic Nina sarà ricordato più per le sue controversie legate al disastroso miscasting che ha portato alla scelta di Zoe Saldana per la parte principale, che per i suoi effettivi difetti cinematografici, ben più gravi di un volto non proprio riconducibile alla voce e anima del soul-jazz americano che ha cavalcato tutti gli anni Sessanta e si è fatta catalizzatrice dei movimenti per i diritti degli afroamericani al tempo di Martin Luther King e Malcolm X.

Il difetto maggiore della pellicola di Cynthia Mort (anche sceneggiatrice) è insito nella sua agghiacciante banalità, nonostante il nome e la risonanza del personaggio che si vorrebbe rappresentare sullo schermo. Se la protagonista non rispondesse al nome di Nina Simone, questo potrebbe essere scambiato senza timori per un dramma da serie Z, proiettato magari nella fascia pomeridiana di un normalissimo sabato pomeriggio su Canale 5. Si inizia in quarta con l’evocazione della prima esibizione pubblica della cantante e pianista: la realtà dietro a questa premessa è solamente un trucco da dilettanti, tanto che il pretesto razziale si sgonfia irrimediabilmente nella scena successiva in cui fa capolino una Simone, logorata dalla sua psicosi maniaco-depressiva, che punta una pistola dritta in faccia all’uomo che la sta privando delle royalties sulle sue composizioni. Indeciso in maniera imbarazzante sulla strada da seguire – e, peggio, sul tono – il film passa così da momenti di drammaticità strappalacrime ad attimi da commedia qualunquista, e il quadro d’insieme si perde in mezzo all’affastellamento di scene anche del tutto slegate tra loro: i dialoghi sono esemplificativi di questa confusione narrativa, tanto da mettere epiteti razzisti e sessisti perfino in bocca alla protagonista (non si mette in discussione la veridicità storica della cosa, ma la stonatura che essi rappresentano è quantomeno problematica).

Concentrarsi sull’ultima parte della vita della cantante poteva essere un’occasione per tirare le fila su un percorso artistico e umano importante, pieno di evidenti difetti e lati oscuri, ombre e luci spesso interscambiabili: Nina sceglie consapevolmente di ignorare tutto ciò che è avvenuto, finendo per diventare opaco anziché oscuro, sfuggente anziché impenetrabile. Non vi è dubbio alcuno che se fosse uscito nel 2014, come previsto, oggi non ne ricorderemmo nemmeno una singola scena. Zoe Saldana effettua una prova che rispecchia tutto l’imbarazzo di una produzione del genere, schiacciata per di più da una sceneggiatura prevedibile, fastidiosa al limite del nonsense, e da un trucco che fa di tutto per ricordarci la giovane età dell’attrice (nonostante sullo schermo debba apparire nei panni di una 65enne). Nemmeno per un secondo si ha la minima impressione di trovarsi dinanzi a quella che è un’icona della musica americana e internazionale, e nemmeno per un attimo ci sentiremmo di definire cinema questo campionario di approssimazione palesatosi su uno schermo che avrebbe fatto meglio a rimanere bianco. Detto questo, si fa fatica a rintracciare anche un briciolo di onestà intellettuale in un simile prodotto, e per una lettura a tutto tondo su Nina Simone non possiamo che consigliare il bellissimo documentario di Liz Garbus, What Happened, Miss Simone?, sperando che questa figura ormai storica nel panorama artistico contemporaneo in futuro ottenga maggior fortuna in territorio cinematografico.

7 maggio 2016
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