Cult Movie

«Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?». Anche se non avete mai visto Trainspotting, avrete sentito almeno una volta nella vostra ordinaria vita queste parole. Questo perché quello di Danny Boyle non è solamente un film che con il tempo ha raggiunto lo status di cult per il continuo passaparola tra generazioni di spettatori e appassionati. Almeno non solo. Fin dalla sua presentazione fuori concorso al Festival di Cannes, Trainspotting è in brevissimo tempo diventato un instant classic per la sua capacità di immortalare un tempo, una generazione, uno stato sociale, uno stile di vita, una condizione dell’esistenza tipicamente anni Novanta; ha saputo descrivere e circoncidere un pezzetto di periferia britannica configurata con il complesso edimburghese, lontana una vita dall’internazionalità di Londra, segnata dalla sporcizia e da un grigiore contagioso, sia per le lugubri scenografie sia per i volti segnati dalla fatica e dalla rassegnazione dei suoi abitanti. È ovviamente una costruzione fittizia che ben si sposa con il tema del film: una generazione perduta e dedita all’autodistruzione, non per scelta anti-sistema, non per protesta politicizzata, né per un senso di onnipotenza derivante da un qualsiasi pensiero nichilista, ma semplicemente perché, appunto, «Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?».

Una riduzione filmica, quella di Trainspotting, che prima di ogni altro spettatore sparso per il globo aveva convinto il suo autore, Irvine Welsh, fino a quel momento contattato più volte per i diritti cinematografici del suo popolare romanzo – ma l’idea propostagli era più vicina a un Christian F., a una sorta di realismo sperimentale che avrebbe accontentato il pubblico di nicchia e allontanato tutti gli altri. La visione di Boyle e del fidato sceneggiatore John Hodge fu la prima a convincere Welsh, che ne aveva intuito il potenziale mediatico e la capacità di arrivare al pubblico più vasto possibile. Tra i molti punti di forza ci sono i personaggi, ma prima ancora il cast che li interpreta: Ewan McGregor, che si era già assicurato la parte di Renton dopo l’ottima prova in Piccoli omicidi tra amici (sempre di Boyle), arrivò a perdere circa 13 chili e rasarsi completamente la testa; Ewen Bremner, invece, aveva interpretato Renton in una riduzione teatrale e accettò volentieri di dare vita al personaggio di Spud; Jonny Lee Miller ottenne la parte di Sick Boy presentandosi all’audizione con un marcato accento alla Sean Connery, mentre Robert Carlyle aveva molta familiarità con elementi che avessero le tipiche e riconoscibili caratteristiche di un Begbie, in quanto: «Ho conosciuto numerosi Begbie nella mia vita. Fatevi un giro per Glasgow di sabato sera e avrete buone possibilità di imbattervi in uno come lui». Un gruppo di attori splendidamente eterogeneo che dà vita a un quartetto di personaggi violento (anche se la messa in scena della violenza è sempre pervasa da un tocco ironico – specialmente per quel che riguarda le risse procurate da Begbie), amorale e per nulla insofferente ai danni causati.

La capacità forse più evidente di Trainspotting sta nell’aver trasformato questi personaggi  – che oltre vent’anni dopo sono ancora conficcati nell’immaginario cinematografico e collettivo di milioni di persone – in vere e proprie icone, il risultato di una centrifuga della sottocultura britannica, il corrispettivo lercio e degradato di una Londra sessantottina sotto acido. Pubblicizzato da una campagna di marketing semplicemente perfetta, fu da subito definito come la risposta britannica a film dalla potenza e dai temi affini come Quei bravi ragazzi e Pulp Fiction, contando nella buona risposta del pubblico. Pur discostandosi nettamente dai film appena citati, per i più affezionati sarà impossibile ascoltare Lust for Life di Iggy Pop (più volte citato nel corso della pellicola) senza immaginarsi Renton e Spud correre come forsennati e fuggire dalla polizia, o Perfect Day di Lou Reed senza ricordare l’overdose proprio di Renton, una scena talmente iconica da far rivalutare e ribaltare il senso complessivo del brano, registrato nel 1972 e inserito nel secondo album solista del cantautore-poeta, Transformer (allo stesso modo in cui ascoltando You Never Can Tell di Chuck Berry non potrà non tornare alla mente il twist contest a cui partecipano Mia Wallace e Vincent Vega al Jack Rabbit Slim’s nel capolavoro tarantiniano, o la carrellata di carneficine esibita nel film summa scorsesiana sulle note di Layla dei Derek and the Dominos). Insieme a questi ultimi, un ottimo esempio di mix tra rock ed elettronica che aveva rivoluzionato il mondo del pop britannico: dai Blur agli Underworld, dai Pulp agli Sleeper – e nonostante il rifiuto “ignorante” degli Oasis. Infine, aggiungete un pizzico di furbizia nel montaggio (energico, forsennato, ma più che ciclico un po’ ridondante) et voilà: il cult è servito.

27 febbraio 2017
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