• feb
    24
    2017

Album

Macro Beats

Davide Shorty, dopo la parentesi di X Factor, ha voluto fare le cose per bene. Qualcuno dei primi singoli rilasciati non aveva convinto troppo: pensiamo soprattutto a Cosa Vorrei, funkettosa e stilosa a iosa ma con un testo abbastanza banalotto, pleonastico e auto-involuto, per non parlare del video da discount (perdonabile certo, ma di sicuro non ha aiutato). Una concessione alla catchiness magari legittima ma non troppo esaltante per le potenzialità che il ragazzo lasciava intravvedere anche in un contesto a suo modo “drogato” come il talent di Sky.

La voce di Davide è infatti di quelle che si ricordano, versatile e personale, limpida ma ruvida al contempo, duttile e caratterizzante. L’ambito di riferimento è il soul bianco che guarda al nero, un filone che anche qui in Italia ha tutta una sua valida tradizione – dai Sottotono al secondo Neffa. Il trend recente è sicuramente di crescita, con l’etichetta Macro Beats a tirarne le principali fila: tra i nomi in roster troviamo Mecna Ghemon (ma anche Kiave), oltre a promesse ben avviate come CRLN di cui già abbiamo parlato su queste pagine. Naturale quindi l’approdo su questi lidi anche per Shorty, che dopo i già detti feedback non troppo entusiasti, si è preso il tempo necessario per sviluppare un disco d’esordio che avesse una sua precisa dimensione, senza la fretta di cavalcare l’onda dell’eco di risonanza dato dall’esposizione in TV.

Straniero è un disco cosmopolita e trasversale fin dal titolo (per cui, anche nei pezzi si trovano diverse tracce del passato da migrante a Londra di Davide), e che fin dalla copertina sembra voler richiamare un’idea di ortodossia da truthful blackness ammiccando alla grafica dei classici Blue Note tra font e fotografia. Le 11 tracce saltellano quindi allegre e filologicamente corrette tra r&b, soul, hip hop e qualche fantasmino vagamente funk, con la voce in primo piano che si divide tra una larghissima gamma di cantato e qualche rima rappata qua e là, con incastri non sempre lineari a incespicare tra le maglie ritmiche con un piacevole effetto a cascata che ricorda in più frangenti il compianto amico Cranio Randagio (un altro passato per X Factor, con cui Shorty ha condiviso qualche pezzo e tanti momenti insieme). Il tutto è spalmato su basi eleganti, tra beat ruvidi il giusto e inserti di piano, qualche laconica chitarrina e fiati zampillanti. Le lyrics non stravolgono ma piacciono, tra quotidianità, auto-apologia e qualche riferimento culturale più “alt(r)o” («Tutto scorre come Eraclito») che si incastra qui con ben più naturalezza rispetto ad aspiranti sosia di Marco Columbro che citano gli stessi filosofi con molto meno buon gusto. Abbiamo recuperato un buon talento, ora vedremo cosa diventerà.

20 marzo 2017
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