• mar
    01
    2005

Album

Matador

I Dead Meadow sono tornati carichi delle loro fascinazioni hard-blues, torturati come non mai da quell’incubo sonico che nei Settanta si faceva chiamare Sabba Nero, protési senza alcun timore verso una musica che innalza il latrato espansivo delle chitarre a unica legge possibile. Lo fanno con stile e cognizione di causa, memori dei buoni risultati ottenuti con il precedente Shivering King And Others e certi d'avere ancora qualche cartuccia da sparare.

Nello specifico si tratta di riprendere gli stimoli emersi nell’episodio precedente spogliandoli dei riffoni a effetto tanto cari ai nostalgici di Ozzy e compagnia e indirizzandoli verso lande boscose popolate da strane creature e riti ancestrali. Fuor di metafora, un'impennata radicale sull’asse delle fascinazioni lisergiche che si concretizza in suoni lenti e ragionati di basso, chitarra elettrica e batteria, vaghezze eteree e nebbiosi scenari crepuscolari. Tra i numi tutelari di questo Feathers ci pare di poter identificare (oltre ai Black Sabbath), il Twink di Think Pink, i Pink Floyd di Dark Side Of The Moon – almeno per alcune chitarre di contorno – e i compagni di merenda Warlocks. Per una musica che alterna momenti di stasi a climax eretici, copiose lead guitars a fangose sinfonie in riverbero, contrappunti di wah wah a grancasse poco inclini al compromesso.

Il nuovo episodio conferma una formula ormai consolidata (Eyless Gaze All Eye / Don’t Tell The Riverman), abbraccia insolite aperture melodiche (che ci crediate o no At Her Open Door ricorda vagamente certi Oasis), suona liquido ed onirico (Let’s Jump In) e si srotola in folk quasi medievaleggianti (Such Hawks Such Hounds) che non sarebbero dispiaciuti al binomio Page & Plant. L'opera di una band impastata fino al midollo di feedback e lamentose distorsioni, vociare ossessivo e reiterazioni psichedeliche, alfiere di un hard dilatato sorto dal blues e tramutatosi in una twilight zone dalle tinte fosche.

1 aprile 2005
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