• feb
    01
    2012

Album

Modern Love

I Demdike Stare (i mancuniani Miles Whittaker e Sean Canty, rispettivamente produttore già attivo sotto diversi nomi e nel duo Pendle Coven e digger ossessivo ex dipendente della Finders Creepers) sono stati bravi – anzi bravissimi – a costituirsi come act di culto (e di un culto in continua espansione). Hanno trovato la loro formula musicale (soundscape oscuri – potremmo dire anche dark ambient – che mettono assieme dub postatomico, residui techno e musica concreta, il tutto in un’ottica etnica, ma meglio ancora tribale e ritualistica, a tratti palpabilmente morbosa) e il modo migliore per comunicarla, con una gestione oculata della propria immagine (pescando a piene mani – fin dal nome, una strega inglese del Seicento, e dai titoli dei brani – nel misterioso e nell’esoterico) e delle proprie uscite discografiche (EP limitati a poche centinaia di copie poi raccolti su cd, tutti introdotti dai raffinati arabeschi in toni di grigio delle copertine di Andy Votel). Il fatto che Piero (Scaruffi) li segua da vicino (mentre per molta parte della “scena elettronica” i suoi tempi di assimilazione rimangono biblici) e abbia marchiato il loro precendete confanetto riepilogativo – Tryptych – con un rarissimo 7,5 basta da solo a inquadrarne posizionamento e ricezione. Venendo a noi, a SA, i Demdike sono capaci di mettere d’accordo il nostro electrojunkie Marco Braggion e il nostro esotericofilo per antonomasia Antonello Comunale.

In questo secondo set di cd riepilogativi (i quattro EP Chrysanthe e Violetta, Rose e Iris, più alt take e inediti), ritroviamo il loro lessico (pulsazioni di base pauperistiche; vento polveroso da scenario de-umanizzato o al massimo proto-umanizzato; frequenze da contatore Geiger che fanno scappare il gatto di casa sotto i mobili) e la loro sintassi tipo (tra l’elettroacustico, l’OST orrorifica fortemente descrittiva e un dub industriale da “pensiero debole”, sbrindellato, miniaturizzato), ormai codificati, ma sempre efficaci, condotti con stile e – come si dice – tocco. Con quelle ripetizioni di troppo per cui, in parallelo al piacere di trovare una cifra forte, affiorano anche le marche di certa avant/impro un po’ fuffa. E quindi un po’ di noia.

Ma la pulsazione cardiaca amniotica e sincopata di New Use for Old Circuits (un titolo che è un manifesto), la “panoramica su villaggio devastato” (con tamburo e didgeridoo, strumento quest’ultimo che marca tanti pezzi dei Demdike) di Mephisto’s Lament, l’industrial scassato di Kommunion e Erosion of Mediocrity, i droni miniaturizzati di Flood Staiwell e Sunrise, il basement come sentito da fuori – dalla strada – di Metamorphosis, la chamber music (archi severi + sirene caracollanti) di Dauerline, i tre pezzi più “quadrati” e dubsteppie (cigolante e mediorientale Mnemosyne, droning e legnoso Ishmael’s Intent, quadratissimo, pur nei suoi giochi di accento, We Have Already Died) sono semplicemente suggestivi, oltre che tecnicamente impeccabili, costruiti con un orecchio che è soprattutto un occhio cinematografico.

I Demdike sono oggi la perfetta visione laterale – da insider che si comportano da outsider (in questo diversi dal pure accostabile, per provenienza geografica e spettro sonoro, Richard A. Ingram) – sullo Zeitgeist techno-dub che ha portato al dubstep e meglio ancora a certe atmosfere dubstep, ricollegandosi in fondo proprio a quella visione originale che metteva assieme dub e industrial in ottica soundscape che fu di Kevin Martin/The Bug e del suo Tapping the Conversation.

9 marzo 2012