• giu
    01
    2011

Album

Dead Oceans

Malinconia sciropposa, arguzia sorniona, inquietudine felpata, un vasto, agile, carezzevole disincanto. Nel nuovo e nono album sotto l'egida Destroyer, il caro Dan Bejar costruisce la più soffice strategia destabilizzante che sia lecito attendersi. Lo fa guardando al soft-rock, al blue-eyed soul, alla disco-funk, all'acid-jazz, ricorrendo ad astrazioni spacey e folk asprigno per addensare un impasto gelatinoso che sa farsi umorale e a tratti amniotico. Melodie che galleggiano con nonchalance sull'ordito agile di synth gassosi, tastierine vivaci, fiati allusivi (tromba, sax, flauto) e chitarrine ormonali. Tutto un immaginario sonoro retrodatato, quasi fosse un gettarsi nell'abbraccio consolatorio di certi (ipotetici) Eighties, il rifugio da un presente corrotto, appassito, inaccettabile.

Bejar ha dichiarato d'essersi ispirato a nomi (e numi) quali Bryan Ferry, Ryuichi Sakamoto e Gil Evans, e ci può stare. Ma le coordinate (cui potremmo aggiungere Jim O'Rourke, Giorgio Moroder, Ariel Pink, Brian Eno, Belle And Sebastian, Edwin Moses…) alla fine contano meno della sintesi, che acquista senso ed efficacia proprio in quanto tale, ibrido di incantesimi vagheggiati, miraggio di valori smarriti, di attonita, vitrea, fatua sensualità. E' un modo decisamente morbido di rappresentare la decadenza dell'Impero, missione per la quale la voce dal demiurgo dei New Pornographers (ben assistito dalla vocalist Sibel Thrasher) sembra possedere il timbro e l'atteggiamento più adatti: una narratività strascicata da crooner disilluso, una resa letargica all'indolente rassegna di visionari (e subdolamente caustici) nonsense.

La palpitazione tenue di Blue Eyes, la pulsazione danzereccia di Song For America, l'allucinazione dolceagra delle title-track, la disinvoltura pseudo-wave di Savage Night At The Opera e soprattutto il caracollare trepido ed espanso di Suicide Demo For Kara Walker, sono forse i momenti migliori di un album che modula frequenze e vibrazioni senza allontanarsi dal solco emotivo centrale. Per la sua capacità di spacciare allarme e consolazione, di cullarti mentre t'inocula un sottile sgomento, e tenuto conto delle diverse premesse e finalità stilistiche, mi sembra affacciarsi sugli anni Dieci come fece Yankee Hotel Foxtrot lo scorso decennio. Ed è una sensazione che mi piace.

25 gennaio 2011
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