• set
    01
    1963

Giant Steps

Blue Note

Gordon il gigante, due metri di stazza al servizio del sax tenore, forza senza tracotanza e nervosismo al guinzaglio, un’autorevolezza naturale, da felino metropolitano, sornione eppure guizzante assieme, il lay back come categoria dell’anima, e comunque lo spasmo pastoso sempre in agguato. Ovvero: eleganza ombrosa e intensità malandrina. Non c’è virtuosismo che tenga. Perché “Long Tall Dexter” non era un virtuoso,almeno  non in senso birdiano. Non sgranava cioè gragnole di note frullando formidabile, lirico e adrenalinico, come Parker appunto invece sì.

Nato losangelino nel ’23, Gordon ebbe modo di farsi le ossa con Lionel Hampton, con Louis Armstrong, con Billy Eckstine. Incrociò – massì – gli ottoni con Bird, ma il suo modello furono più Coleman Hawkins e soprattutto Lester Young, che pure declinò in maniera assai diversa dal contemporaneo John Coltrane, perché diversa la ricerca e gli obiettivi. Quello di Gordon era uno stare tra le note prendendosi il tempo e lo spazio, addensandone il senso e il sapore, piegandole al proprio respiro con morbida fermezza. Teneva conto di sé, spirito e fisico, corpo sonoro col passo proprio, l’andatura di chi passa nel mondo lasciando le tracce che deve, che può, che non può non lasciare.

Se tanta disarmante padronanza il caro Dexter oltre che alle virtù l’avesse applicata anche ai vizi, forse non si sarebbe bruciato la piazza come in effetti accadde. Al punto che, dopo aver sciorinato capolavori a proprio nome targati Blue Note (Doin’ Allright del ’61 e Go! del ’62 su tutti), ascoltò di buon grado le sirene europee, imbarcandosi per un concerto londinese da cui uscì frastornato, tanto copioso, caldo ed entusiastico fu l’affetto tributatogli dall’ambiente e dal pubblico. Capì che da quell’energia positiva avrebbe tratto la linfa necessaria per ripartire, per ricostruirsi malgrado alcool e droga. Si trattenne in Europa un po’ più del previsto, quindici anni, fino alla metà dei seventies, facendo perno soprattutto su Parigi. Dove nel maggio del ’63 sfornò questo primo colpo fondamentale, segnale d’orgoglio e amorosa rivalsa rivolto alla ingrata patria di là dall’oceano, ché quel “nostro” del titolo sembra pronunciato dai pezzi in programma, altrettanti standard trainati letteralmente a nuova (più flemmatica) vita dalla bradicardica prontezza del Nostro.

Tutto frutto del Caso, non crediate, ché la scaletta avrebbe dovuto mettere in fila degli originali, ma la defezione del pianista Kenny Drew obbligò ad un drastico cambio di programma. Al suo posto fu chiamato un altro transfuga dagli States e di lì a non molto (tre anni, causa tubercolosi) dal mondo dei vivi: il grandissimo Bud Powell, che mise a disposizione quella calligrafia sfarfallante a pelo d’acqua ponendo la condizione che si suonassero appunto standard, e così fu. Un terzo uomo d’America come Kenny Clarke – classe 1914 da Pittsburgh, tra gli inventori della batteria be bop – e l’ottimo contrabbassista francese Pierre Michelot, costituirono la sezione ritmica puntuale e briosa della situazione.

Ne uscì quindi un disco-prodigio da naufraghi esistenziali che si scaldano al fuoco del talento, così tanto e bene da sembrare nel pieno delle forze e guarda un po’ forse è proprio così che stavano le cose. Nessun timore reverenziale, figuriamoci: prendi A Night In Tunisia e tarpa le ali alla frenesia di Gillespie, oppure smussa il frullare isterico e gioioso di Parker in Scrapple From The Apple, il risultato è una metamorfosi audace, impasto tormentato di carne e sogno, botta di vita sbruffona con la malinconia nel taschino. Con quel cercarsi dentro che è comunque un trovare, tipico del jazz gigante.

18 agosto 2009
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