• gen
    27
    2017

Album

Carosello Records

Diodato è uno di quei fenomeni della musica italiana abbastanza misteriosi: autore spesso definito “classico”, in bilico tra un cantautorato indie e un pop mainstream tipicamente in stile Sanremo (a cui infatti ha partecipato nel 2014 tra i giovani), e dalla proposta musicale che, concorrendo con i vari Negramaro, Fabrizio Moro, Ermal Meta e compagnia bella, potrebbe scalare le classifiche italiane in tutta tranquillità. Eppure, rispetto ad altri suoi colleghi anche meno capaci, il musicista tarantino è sempre rimasto più nell’ombra. Sarà che non è molto (azzardo il termine) “internet-genico”, sarà che quest’anno si è bruciato la partecipazione al Festival della musica italiana perché quel tipo di esperienza dice di sentirla «parecchio lontana da dove mi trovo oggi». E qui ritorniamo al discorso che avevamo accennato anche con Giorgio Poi, di come ci siano cantautori di oggi – sebbene agli antipodi del quadrato semiotico dei gusti musicali, chi talmente classico da far cadere le braccia e chi nella forma indie più à la page – che non sentono più Sanremo come un contenitore adatto alla propria produzione musicale. Anche chi, come Diodato, non potrebbe essere più azzeccato, sincero, autentico, super classico, senza sorprese e quindi rassicurante – perché se per alcuni ascoltatori “cantautorato classico” significa un passato ormai superato, per altri invece rimane una forma del tutto efficace per veicolare sentimenti ed emozioni.

Ed è proprio sui sentimenti che verte questo suo secondo disco, Cosa siamo diventati: Diodato racconta con semplicità la propria vita intima, i propri pensieri, la sofferenza, col quel tono romantico e accorato à la Giuliano Sangiorgi a cui spesso è stato accostato (non solo per la voce ma anche per la musica), quel misto di scrittura confidenziale su melodie a tratti tipicamente cantautorali (Paralisi, quasi folk che ricorda Gazzè o Mannarino, o la vendittiana Per la prima volta) e in altri momenti quel goffo rock à la Negrita o Negramaro (Uomo Fragile, La Verità). E nonostante i suoi punti di riferimento siano altri – De Andrè, Tenco, Modugno, Mina, vedi l’album di cover A ritrovar bellezza – in questo disco riconferma la formula dell’album di debutto: linee molto melodiche (Uomo fragile, Fiori immaginari, Mi si scioglie in bocca), testi fin troppo immediati e connotati da un forte sentimentalismo («Amici e complici / Dimostreremo al mondo intero / Che siamo gli unici», o anche «Prendimi l’anima / e dille come si fa / a non avere paura di questa felicità») e grande pathos. La musica oscilla tra giri di chitarra catchy, sing-along facile, e alcune soluzioni ritmiche anche un po’ diverse (Uomo Fragile), fino a pezzi quasi siderali come La luce di questa stanza. Tutto questo viene poi sostenuto da una voce delicata e pulita che si lascia andare ad urli à la Modà che smuovono le interiora (sia in positivo che in negativo).

Come in altre occasioni, Diodato non stupisce e non meraviglia, ma con questo secondo disco ricerca un certo garbo d’esecuzione che potrebbe far la differenza tra lui e gli altri artisti citati. Potrebbe.

18 marzo 2017
Leggi tutto
Precedente
Iron Reagan – Crossover Ministry Iron Reagan – Crossover Ministry
Successivo
sir Was – Digging a Tunnel sir Was – Digging a Tunnel

album

recensione

artista

Altre notizie suggerite