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    01
    1995

Giant Steps

RCA

Se nel rock il termine “raccolta” sottintende spesso quell’operazione commerciale mascherata da esigenza artistica che sono i “best of”, nel jazz la cosa funziona diversamente. Tanto che tra i dischi imprescindibili per una discografia di base rientrano anche alcune opere sostanzialmente compilative. Alla base del discorso, un’esigenza storiografica: documentare l’evoluzione artistica di un musicista in un mondo il cui lo “stile” non è solo cornice ma anche linguaggio. Più una strettamente pratica: entrare in possesso di materiale pubblicato in un periodo – soprattutto anni venti, trenta e quaranta – in cui il supporto discografico era agli esordi e aveva una natura decisamente dispersiva. Nasce con questi intenti anche The Complete RCA-Victor Recordings. Due CD per 43 brani che raccolgono gli esordi e la prima maturità di quel virtuoso della tromba che era John Birks Gillespie, in arte Dizzy.

I classici Manteca e Anthropology inaugurano la prima parte dell’opera ma è una falsa partenza, dal momento che i due brani risalgono al 1946 mentre il resto del programma procede rispettando l’ordine cronologico delle registrazioni. Partendo dal 1937, quando ritroviamo un giovanissimo Gillespie nel libro paga della Teddy Hill Orchestra sostituire il suo idolo Roy Eldridge in King Porter Stomp, Yours And Mine, Blue Rhythm Fantasy. Questo e il successivo musicista che nel ’39 incide Hot Mallets col vibrafonista Lionel Hampton più una parata di all stars del periodo – tra cui Coleman Hawkins e Ben Webster – non corrisponde ancora al Dizzy della maturità. Lo stile esplosivo, il riff incontenibile, le note “tirate” che segneranno il bebop del trombettista sono ancora in fase germinale e verranno di lì a poco. Più precisamente nel 1945, con 52th Street Theme, Night in Tunisia, Anthropology, Ol’ Man Rebop, Ow!. Standards suonati grazie a una formazione agile sax tenore, vibrafono, piano, chitarra, basso e batteria, più la tromba acrobatica del padrone di casa. Quest’ultima virata verso un bop che è virtuosismo, narcisismo e, per alcuni, vera e propria esagerazione. Come ne ebbe a dire un Louis Armstrong evidentemente in ritardo sui tempi, che senza mezzi termini accusò Gillespie di infarcire il proprio jazz di note “sbagliate”.

Corsi e ricorsi storici. Per uno stile che muore, un altro ne nasce. Tanto che due anni dopo il classicismo spericolato Parker/Gillespie sembra già un ricordo lontano. C’è l’America latina alle porte e ha un nome e cognome: Chano Pozo. Percussionista cubano oltre che autore di valore, il Nostro si dimostra capace di traghettare il jazz di Dizzy verso il Golfo del Messico e poi ancora più a Sud, dando il la a una commistione tra bebop e ritmi latini che segnerà tutta la produzione successiva del musicista. La già citata Manteca, lo scat-blues di Opp-Pop-A-Da, il Sud America di Algo Bueno, Cubana Be e Cubana Bop mostrano un sound “eccitato” dalle ritmiche sincopate e prodotto da una formazione che è una big band a tutti gli effetti, pur in chiave “etnica”: tromba, trombone, sax alto, sax tenore, sax baritono, pianoforte, basso , batteria, percussioni.

Inizia così a concretizzarsi quello che sarà il nuovo Gillespie: arrangiatore, direttore d’orchestra, innovatore di linguaggi, capace di una visione d’insieme che armonizza le bizzarrie del bebop, il fascino dello swing, la disciplina della grandi formazioni e i particolari latini. A lui è dedicato quasi tutto il secondo CD dell’opera, con brani come Guarrachi Guaro, Duff Capers, I’m Boppin’ Too, Swedish Suite, Dizzier And Dizzier. Per arrivare poi a una chiusura di scaletta affidata a due versioni di Victory Ball e Overtime suonate nel 1949 con quei Metronome All Stars in cui militavano, tra gli altri, Charlie Parker, Lennie Tristano, J. J. Johnson, Miles Davis. Ma questa è un’altra storia.

30 giugno 2009
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