• lug
    29
    2016

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Outset Recordings

Forse tutto è cominciato durante un tour importante, di quelli che hanno lasciato un segno tangibile nella storia recente della musica indie. Non era certo lui – troppo timido, troppo introverso – il protagonista di quei concerti, ma Sufjan Stevens nel 2010-2011, all’altezza di quella fenomenale (e controversa) meteora che è stato Age of Adz. DM Stith era uno dei membri della tour band e ha dato il suo contributo per percorrere quella sottile linea sospesa tra le radici folk, il post-psych, elettro-funk e tanto altro che era quel disco e quel tour. Stith, grafico, illustratore e musicista timido, aveva da poco pubblicato un disco d’esordio, Heavy Ghost, in cui metteva in mostra tutte le proprie doti tecniche e poetiche, e si era ricavato un posticino al caldo sotto l’ala protettiva di Stevens, assorbendo sicuramente qualcosa. Ma è stato in quel tour, dopo aver già messo a fuoco le coordinate principali del songwrinting, che DM Stith ha cominciato a flirtare con i synth, l’elemento centrale di questo suo secondo album, pubblicato in proprio a distanza di sette anni dall’esordio.

La collezione di synth è quella personale del produttore Ben Hillier (uno che ha lavorato per Depeche ModeGraham Coxon, tra gli altri), che collabora con Stith nel tempo libero tra i progetti che gli danno da mangiare. In quelle sessioni, tra Londra e New York, con quella strumentazione e con un accumulo di anni di idee, DM Stith scolpisce un saggio che per la seconda volta torna a interrogarci su cosa sia la canzone. Il flusso di brani ispirati da alcuni episodi personali in cui l’autore è entrato in contatto con i piccioni del titolo è un’oscillazione continua dentro e fuori dalla canzone: Stith è perfettamente consapevole, come già lo era sette anni fa, di procedere a zig zag sul confine tra ciò che è e ciò che non è una canzone. Lo testimoniano i due intermezzi (Murmurations Nimbus, oltre all’outro che dà il titolo all’album), ma anche per esempio un brano come Human Touch, che sembra procedere come una canzone canonica, poi si rompe, si ferma, cambia tempo, ritorna sul binario e quindi finisce come la sirena di una nave che lascia il porto, tra finto field recording e ambient. Ma anche una Cormorant la cui atmosfera acustica e intima lascia progressivamente spazio a una stratificazione di voci tale che sembra di star dentro a un brano della Barwick.

Ne viene fuori una summa personalissima, un frullato saporito dei tanti ingredienti che si raccolgono soprattutto nella sua Brooklyn e dintorni, ma non solo. C’è la drum frenzyness di Rooster sostenuta da bordoni quasi materici di synth che ricordano i TV On The Radio di Dear Science, c’è la sospensione tra cantautorato folk e corale di marca Animal Collective spruzzata del soul minimale di oggi (Cormorant), qualche sottile riferimento al passato musicale americano che fa capolino qua e là, la tradizione insomma, che non è mai dimenticata. Ma c’è anche molto altro: la world music di Peter Gabriel (riferimento anche per il falsetto, per esempio, di Human Touch) remixata dai Vampire Weekend, la cinematicità liquida di un altro one-man show come Matt Johnson (ascoltate Sawtooth e poi recuperate Soul Mining dei The The), la pastoralità in technicolor di Summer Madness, l’intimità “acustica” di Up to the Letters.

Lo stesso DM Stith ha raccontato che dopo Heavy Ghost ha avuto il blocco dello scrittore, superato solamente grazie al lavoro di grafico e illustratore. La speranza è che non succeda nuovamente e che il Nostro possa proseguire nel suo personalissimo percorso regalando presto un nuovo capitolo della storia.

16 novembre 2016
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