• set
    16
    2016

Album

The Control Group

La grande ondata del pop made in Sweden ha ormai una tradizione più che decennale nel mondo della musica indipendente (e non solo): da Lykke Li a Tove Lo, passando per i Mando Diao, Peter Bjorn and John, Neneh Cherry, The Cardigans, fino all’ultima promessa dream-pop Emma Acs. Una potenza, quella scandinava, che spesso negli anni è riuscita a imporre i propri artisti nei posti caldi delle classiche mondiali; solo per citare un nome storico, gli ABBA. Un pop fatto di formule matematiche e di grande studio su riff, ritornelli e cori; sembra di vivere un’ipnosi autoimposta ogni qualvolta si è all’ascolto di un pezzo fabbricato nel freddo Nord, perché tutto – anche i casi di pop più disperatamente commerciale – suona dannatamente bene e pare impossibile scappare dalla morsa scandinava elaborata dai producer di nuova leva. Gli svedesi lo fanno meglio, il pop. Una questione che è stata analizzata negli anni da esperti e giornalisti e che ha portato il New Yorker a scrivere un articolo su quanto geniale fosse il produttore svedese Max Martin, ormai idealizzato come creatore della perfetta canzone pop.

A un anno di distanza da quell’articolo, possiamo individuare un altro nome che si fa sempre più importante nella scena musicale svedese, ovvero quello di Sarah Assbring, in arte El Perro del Mar. Un’artista pop, sì, ma con tutte le varianti del caso. Una carriera che la tiene impegnata da oltre tredici anni, dagli esordi fatti di pop estivo fino al synth-pop orientato alla dance del suo Pale Fire del 2012. Non è certo semplicissimo etichettare i lavori della Assbring, soprattutto dopo l’uscita del nuovo disco, KoKoro, che la proietta a un livello molto più ricercato di estetica (e contenuti) pop. Pervaso da suoni che arrivano dall’Asia e dall’Africa, KoKoro è un album pop splendidamente orchestrato e arrangiato. I dieci brani del disco sono vere e proprie tavolozze sonore di turismo culturale, investite da una forza lucida e potente: armonie stratificate à la Brian Wilson, twee-pop caramelloso e orecchiabilità tipica della scuola svedese. KoKoro, che in giapponese significa “cuore”, o meglio “sentimento”, è un disco sulla vulnerabilità e sulla forza del cuore. «Ciò a cui il cuore è esposto, sia internamente che esternamente. Il cuore non può essere protetto, né dal dolore né dalla felicità. Né dall’amore, né dalla corruzione». Come ha confessato la stessa Assbring, «in un tempo che sembra andare a ritroso umanisticamente e moralmente, che vuol costruire muri anziché abbatterli, ho capito che volevo fare un album senza confini, un disco che appartiene a nulla, ma ha una voce e un cuore universale».

Universale è anche la fusione a livello strumentale operata da El Perro del Mar, una grande cornucopia del suono: si va dall’uso del guzheng – il flauto cinese – e del shakuhachi una cetra giapponese – (nelle ottime Breadbutter e Ding Sung) alle percussioni tribali della title track, passando per profumi indiani, dulcimer e sitar (Clean Your Widow, Nougat Mind). Non mancano le aperture sinfoniche dreamy di Breadbutter, gemma preziosissima del disco, con le sue sillabe scivolose e increspate. O i clavicembali nuvolosi e le campane incantate di Endless Wayche, in una dichiarazione d’intenti barocca, portano alla sintesi perfetta di tutto il percorso artistico della Assbring, delineando il suo senso di auto-riflessione nel capire come diventare un artista migliore («I think I was too softly defined / I wish I was all pure / The goal I have is carved in my mind / Perfection is hard»).

Già, la perfezione è ardua e il disco della Assbring può non essere perfetto, ma il talento della musicista svedese per la creazione di testi profondi e melodie orecchiabili la porta a compiere un enorme passo avanti rispetto ai contenuti di Pale Fire. Inoltre El Perro del Mar evita sapientemente che il disco suoni come un esperimento di superficiale esterofilia, dimostrando un senso della ricerca e della curiosità culturale molto importante. Come ha dichiarato l’artista alla stampa, «one of my absolute clearest aims was to distance myself from the kind of common Western sound of today», mostrando la volontà di trovare una nuova strada per fare pop con riferimenti e influenze nuove, obiettivo pienamente centrato. Ispirato anche da cantanti leggendari della musica Sufi, come Abida Parvee e Nahid Akhtar, KoKoro è un’alchimia pop scritta e suonata con grandissima sensibilità; vive di un’eleganza semplice e senza compromessi, un’espressione dadaista del desiderio universale di vivere insieme, un focus sulla bellezza del cuore umano.

 

2 ottobre 2016
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