• nov
    17
    2016

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Sembrano essere la disgregazione del ritmo e la frantumazione del tempo gli obiettivi di Eli Keszler, percussionista e sound-artist americano. Questo Last Signs Of Speed – doppio vinile con splendida copertina opera dello stesso Keszler che, tra le tantissime altre cose, è anche un provetto illustratore – arriva dopo l’acclamato Catching Net del 2012 e dopo collaborazioni, installazioni e residenze che vanno da Oren Ambarchi a Joe McPhee, dal Victoria & Albert Museum al MIT, da David Grubbs a Keith Fullerton Whitman, da Tony Conrad alla Icelandic Symphony Orchestra e al Lincoln Center. Questa lista di nomi e spazi non è semplicemente funzionale alla messa a fuoco sul personaggio, quanto elemento fondamentale per “entrare” nel personaggio Kleszer: questo perché non è la musica in senso stretto l’unico interesse e l’unico sbocco della creatività dell’americano, quanto il lavoro sul suono, la ricerca e la dissezione dello stesso applicato poi al rapporto tra suono e spazio circostante; questioni estendibili anche e soprattutto ai campi artistici extra musicali, come dimostrano, appunto, le numerose installazioni sonore disseminate ai quattro angoli del globo.

In questo Last Signs Of Speed, nomen omen stando alla rarefazione prossima alla stasi a cui l’americano sottopone il proprio (ehm) drumming e alle finalità “ideologiche” dietro lo stesso, è l’aspetto del vuoto, della profondità, dello spazio riverberato piuttosto che del pieno sonoro ad essere centrale, con l’obbiettivo dichiarato di creare un disco che sia esso stesso uno spazio, un ambiente circoscritto nel cui ambiente sonoro l’ascoltatore è chiamato, invitato, costretto a entrare («I started to imagine the record format as a kind of enclosed space, using the environment that listening creates to define a contained world that you can enter»).

Si lavora per sottrazione, dunque; si dilata ed espande verso le lande proprie del dub partendo da una semplice batteria (in realtà no, perché Kleszer “suona” o percuote anche rhodes, piano, varie percussioni, rocce, ecc.); si screpola e smaterializza il suono e lo si fa divenire riverbero, eco, risonanza; si rallenta e frantuma per ricreare spazi sonori “altri”, proprio come accade coi versi di Michaux rielaborati per i titoli delle 12 composizioni qui presenti. Ciò che ne esce è un caleidoscopio proto-gamelan post-urbano, una sorta di free-jazz elettroacustico meets musique concrete sotto dopamina: stesso impeto, stessa materica messinscena, ma in modalità implosione. Disco notevolissimo, anche e soprattutto per le riflessioni filosofico-ideologiche che lo permeano e che da qui partono.

9 dicembre 2016
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