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Quando esce un libro che riporta sul piatto le cose che hai vissuto in prima persona, non puoi rimanere distaccato. È difficile simulare indifferenza per le centinaia di pagine di interviste sbobinate dalla giornalista musicale Elisa Russo sui Ritmo Tribale, su Edda, gli Afterhours, i Casino Royale e tutti i gruppi della scena musicale milanese di inizio anni Novanta, perché in quegli anni chi scrive stava attraversando la sua tardo-adolescenza. Proviamo a lasciare da parte i troppi ricordi e a concentrarci, anche se è arduo, appurato che alcune pagine di questo tomo ci hanno fatto provare più di un déjà vu.

Uomini è un libro scritto nell’arco di tre anni, montato come un film che assembla ore e ore di opinioni, visioni, sentimenti, appunti, dichiarazioni e mascheramenti relativi a uno dei principali fulcri di buona parte della scena indie rock italiana di fine millennio. I Ritmo Tribale sono stati infatti uno dei gruppi più importanti per chi era troppo giovane (o distante fisicamente da Firenze) per apprezzare i Diaframma o per chi non si ritrovava nella voce e negli atteggiamenti dei Litfiba, e che quindi non aveva altro in cui riconoscersi se non il falsetto stranito di Edda. Una questione generazionale, ma che non si limita a parlare solo per quegli anni. Sì, perché i Ritmo Tribale hanno intercettato gli umori dei Novanta e li hanno saputi tradurre in musica senza tirare in ballo troppo la politica (distaccandosi quindi anche dal Consorzio Produttori Indipendenti dei vari C.S.I., Üstmamò, Disciplinatha e Acid Folk Alleanza), dirigendosi con costanza e trasporto verso una terra nuova, personale, a suo modo anarchica, con coordinate sonore internazionali e che in qualche modo resiste al passare del tempo. Il loro stile è infatti una meteora che parte dall’hard-core punk degli esordi (Bocca Chiusa del 1988 e Kriminale del 1990) e che con il passare degli anni e dei dischi arriva a un rock che non c’era, che magari qualcuno sentiva in qualche accordo degli Afterhours, ma che con elementi psichedelici e qualche tastiera crea un orizzonte inedito e accattivante, con un respiro internazionale (Mantra del 1994 e Psycorsonica del 1995).

Il libro racconta la storia della band cronologicamente, partendo dagli esordi sui banchi di scuola, e fa parlare i protagonisti con le loro stesse voci. Il commento della Russo è presente solo all’inizio di ogni capitolo, quasi in sordina. Da buona giornalista, Elena non giudica, ma fa parlare. Il risultato è un romanzo/intervista che mostra la storia narrata alternativamente dai componenti del gruppo e dai loro amici, come Manuel Agnelli e qualche altro Afterhours, Alioscia dei Casino Royale, i Karma, Stefano Ghittoni e molti personaggi che oggi popolano le redazioni dei più importanti giornali di musica e di stile in Italia, o che stanno dietro qualche banco mixer a fare i dischi.

La storia dei Ritmo Tribale si lega indissolubilmente a quella del loro cantante, Stefano Edda Rampoldi, al suo rapporto con la tossicodipendenza e alla sua parabola personale. Ma non c’è solo Edda. L’altra grande protagonista del libro è Milano: una città che ha saputo proporre un suono distintivo, la cosiddetta “scena”. Quell’imprenditorialità musicale grezza e underground di cui sarà alfiere il Jungle Sound di Fabrizio Rioda (chitarrista dei Ritmo Tribale), che vedrà passare nei suoi locali tutti i più importanti gruppi del tempo e anche grandi nomi tipo Oasis e Metallica.

Oltre ad essere stato un grandissimo lavoro di documentazione, il libro ci fa rivivere gli alti e bassi di un gruppo, ci fa entrare nelle vite dei musicisti e fa emergere l’importanza di uno stile che non ha eguali, e che per questo rimane Storia. Necessario.

7 novembre 2014
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