• gen
    01
    2005

Album

Madrona

Nel volgere della notte verso il giorno, un chiarore proveniente da oriente avanza, prima che il sole si alzi nel cielo. E’ l’aurora. Un momento talmente fugace da confondersi con l’alba. L’incontro amoroso, fisico dell’oscurità con la luce, quando si è ancora lontani dall’esser nitidi, ma non si è più avvolti dai foschi drappi delle tenebre. Un attimo visibile, forse in misura maggiore, in quella porzione di volta celeste che sovrasta Montréal, dove l’immaginazione e la sensibilità degli Esmerine (ovvero Bruce Cawdron e Beckie Foon) riescono a scattarne, con dovizia di particolari, una vivida istantanea.

Infatti Aurora è il titolo del loro secondo album: uscito a due anni di distanza dall’esordio If Only a Sweet Surrender to the Nights to Come Be True, si muove seguendo le stesse coordinate, allungando le traiettorie, proiettandole verso uno spazio infinito. Tutto è costruito attorno alla costante, e quasi invasiva, presenza del violoncello, voce di sei composizioni puramente strumentali sostanziate da primitive ed energiche percussioni, ma a differenza dei diversi progetti che li hanno visti protagonisti (Godspeed You! Black Emperor, Set Fire To Flames, A Silver Mt. Zion), in questa nuova creatura Cawdron e Foon non lasciano mai che il furore prenda il sopravvento. La tipica struttura in crescendo del post-rock – seppur minima – rimane, senza sfociare però in un fragoroso noise chitarristico (cifra stilistica dei Mogwai) o nella magniloquenza orchestrale; preferisce piuttosto una deflagrante batteria (la forsennata corsa in chiusura di Quelques Mots Pleins D’Ombre, incredibilmente placida nel suo attacco), un oppiaceo dialogo marimba-glockenspiel-violoncello (la tensione dei quasi diciasette minuti di Histories Repeating As One Thousand Hearts Mend) oppure un estatico pianoforte sul quale s’innestano le malinconiche corde della Foon, circondati nel bel mezzo da accennati disturbi rumoristici (la splendida Why She Swallows Bullets And Stones).

Nonostante una caduta di tono in Ebb Tide, Spring Tide, Neap Tide, Flood (un riempitivo solo campane e campanelli di cui, francamente, si poteva fare a meno), Aurora rimane un album fotografico di scorci luminosi in paesaggi lunari che l’occhio umano non è in grado di cogliere, un glaciale tepore dai movimenti gentili, accurati eppure naturali, apprestandosi a diventare una compiacente soundtrack per animi fragili nel prossimo inverno.

1 gennaio 2005
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