• set
    10
    2013

Album

DFA

A detta dei pettegolezzi che circolano nelle redazioni dei vari magazine, i Factory Floor dovrebbero essere i discendenti 2013 di Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle. Ovviamente per essere attuali devono suonare con un qualcosa che sia più accattivante per le platee hipster o artostoidi che dir si voglia. E allora ecco il connubio con la DFA, etichetta che ha marcato un pesantissimo solco per tutti gli anni ’00 del nuovo secolo indie. 

Il disco d’esordio è un deciso assalto ritmico, molto macchinico, all’eredità post-LCD Soundsystem, caratterizzato in prevalenza da synth e atmosfere dark che vanno indietro nel tempo, plagiando in parecchi punti la lezione dei Joy Division (Fall Back ad esempio), gruppo con cui i tre hanno avuto contatti (all’attivo una collaborazione con il batterista Stephen Morris). Di più: il disco è stato registrato su un synth che apparteneva agli Eurythmics ed è stato prodotto da Timothy ‘Q’ Wiles, il produttore di Los Angeles famoso per la collaborazione con VCMG e Afrika Bambaataa. 

L’effetto memoria – che potrebbe risultare in certi punti pure ingombrante – è però smerigliato con tagli che vanno a pescare ricordi molto più succosi ed intrisi di significato per l’avanguardia musicale newyorchese (pur non essendo americani, il loro è in realtà un omaggio ai suoni technoidi nordamericani). In particolare: il minimalismo classico di Steve Reich, le sperimentazioni di Arthur Russell, la Factory di Warhol e tutta la stagione della prima house, non solo di NY, vedi le citazioni a Can You Feel It di Mr. Fingers (Two Different Ways) o alla Trax (le percussioni di Adonis e DJ Pierre per dirne due). 

Un disco concentrato sul proprio suono ma nel contempo ibrido, una costruzione di per sè intrigante, ma che ascolto dopo ascolto rivela una profonda insicurezza. Un tunnel che probabilmente verrà apprezzato meglio davanti a qualche proiezione o in qualche esecuzione dal vivo, ma difficile da ascoltare fino in fondo in privato. La cosa buona è che il trio di Londra porta avanti un’estetica compatta, un discorso di elettronica applicata al rock industriale che da un po’ mancava sulle copertine dei magazine. Per ora resta ancora un retrogusto amaro, vedremo in futuro come evolveranno le cose (Full streaming via NPR).

3 settembre 2013
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