• apr
    01
    2006

Album

Awful_Bliss Records

Quarto album in solitario per il siriano-statunitense Faris Nourallah, e se non è il suo lavoro migliore, poco ci manca. Con Il suo cuore di transistor (secondo titolo in italiano dopo Problematico) prosegue la messa a punto della calligrafia, immersa in una palpitante sfumatura di suggestioni che non so nettamente definire, quasi fosse un prisma prima polverizzato e poi nebulizzato in una cortina pastello, una cipria sabbiosa, uno scostante accorato vapore. Quadretti brevi, miniature pop che schiudono stanze aperte su piccoli mondi sentimentali. Indolenze e asprezze, ovvero gli anni sessanta del pop coniugato al futuro, gli anni ottanta accartocciati tra i droni giocosi, la contemporaneità inebetita tra evoluzione e riflusso. Puntini di sospensione attorno alle sagome di Lennon e Ray Davies, di Elvis Costello e Jens Lekman. Ombre e capricci, incapricciamenti ombrosi, voce in trepido/diafano/spiegazzato primo piano, tepore di tastiera, insomma un Elliott Smith di passaggio in Rewrite History, così come in Dreamkillers e nella stupenda Lifeboat. Accompagnandosi sempre con quella flemma semiseria, come se una formalità cocciuta, uno stare sopra al malanimo come fosse un cavallino a dondolo, fosse la necessaria, morbida coperta d’understatement stesa sull’irrequietezza.

Ed ecco dal nulla un cilindro, e dal cilindro una rumba, e nella rumba un impossibile paesaggino tex-mex, e nel mezzo una pungente ironia Donald Fagen (Chaos). Poi un collasso di nostalgie e vernissage sixties, i Byrds via R.E.M. via Kinks via Clientele in un tremolio electro quasi prog per solerte impennata emotiva (Face In The Wind). Ma anche loop sintetici sbattuti su languore d’archi tra striscianti angosce futuriste, come se per stavolta Patrick Wolf spartisse la pietanza coi Grandaddy (Break Your Wovs). E la solennità pseudo-Waters, l’inserto valzer e il repentino scarto arab-wave che non ci credevi si sarebbero mischiati così bene, o almeno non con tanta efficace discrezione (Don’t Kiss). Per poi chiudere – ghost track a parte – in un caliginoso incedere McCartney, passeggiata claudicante come sintesi strana e tenace tra autentico e artefatto (Tell Me Secrets). Ed è proprio questo stare comunque in piedi senza rischiare neppure un attimo la caduta, sospeso nella non-gravità della forma conforme, del disequilibrio emotivo che provoca l’equazione formale, la chiave del manifestarsi di Faris Nourallah: una profonda semplicità, da perdercisi.

2 maggio 2006
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