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    22
    2016

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Pias

La stragrande maggioranza di noi aveva avuto dubbi sul fatto che i Fat White Family sapessero effettivamente cosa stavano facendo. Quando uscì Champagne Holocaust, inizialmente su Bandcamp e poi via Fat Possum, si pensava ai soliti ragazzini squattrinati un po’ disfatti ma rampanti, cinici e volutamente squallidi, che cercavano di attirare l’attenzione in maniera grottesca e disordinata, usciti dalla scena squat della Londra sud. Niente di più errato, almeno sotto il profilo contenutistico.

Songs For Our Mothers (ma vi avvertiamo fin da subito, è meglio che le vostre madri non lo ascoltino) arriva dopo quasi tre anni dal debutto, ed è stato anticipato da un mini tour, dall’uscita del video del signolo Whitest Boy On The Beach e da diverse interviste rilasciate durante l’ultimo anno e mezzo. Tutto ciò ha avuto una funzione di introduzione al secondo disco, ma anche di intellettualizzazione del loro operato: c’è stata un’escalation della band non tanto sotto il profilo musicale, quanto dal punto di vista concettuale, dell’intenzionalità e delle motivazioni che stanno dietro ad alcuni comportamenti dei musicisti. Si è fatto tanto gossip sulle loro esibizioni live, sulle famigerate masturbazioni in pubblico, sulle risse, sulle dichiarazioni scomode, sulla personalità istrionica del frontman Lias, sui testi violenti: tutto questo ha portato a non prenderli realmente sul serio, almeno fino alla fine (circa) del 2014, a cui poi è seguito il 2015, anno della vera legittimazione grazie a magazine come The Quietus e NME.

I componenti del nucleo centrale del gruppo, i due fratelli nordirlandesi Saoudi – Lias e il tastierista Nathan – e il chitarrista Saul, hanno un rapporto decisamente punk con la musica, nonostante non suonino punk; un’attitudine nuda e cruda (Lias, in effetti, spesso rimane in mutande durante i concerti, a volte anche senza quelle) a cui possiamo ricondurre, tra gli inglesi, anche gli Sleaford Mods o gli Slaves. Lo stile musicale dei Nostri non è per nulla stereotipato: Songs For Our Mothers suona molto più psichedelico del precedente, di quella psichedelia alla Thee Oh Sees, fino a una deriva psychobilly che ricorda i Cramps, e in qualche misura anche il kraut si fa spazio nel ventaglio compositivo. I musicisti hanno ammesso di non riconoscersi in un genere preciso: le trombe in We Must Learn To Rise elevano il brano, soprattutto durante il finale garage, mentre i cori in Duce fanno assomigliare la canzone a una sorta di inno; il ritmo punk-rock di Whitest Boy On The Beach si mescola al ritmo surf e alla voce psichedelica, e Goodbye Goebbels è una ballata folk-psichedelica definita da Ben Myers su Drowned In Sound una “brain shattering comedown”, ovvero una filastrocca che ti trapana in cervello da cantare dopo una serata di sbronza colossale, piangendo e discutendo su quanto siamo patetici, così come loro parlano della pateticità del Ministro della propaganda nazista.

Come sostiene lo stesso carismatico Lias, in questo disco la band ha cercato di cavalcare un’onda sia politica che personale, di creare scenari in cui le persone potessero ritrovarsi. Troviamo tracce estremamente intimiste come Hits Hits Hits o Love Is The Crack, canzone che parla del rapporto tormentato tra Lias e Saul, o pezzi al limite tra i due poli come Tinfoil Deathstar, che mescola le istanze politiche con quelle umane, fino a quelli di contenuto militante e provocatorio che sbeffeggiano il politically correct. Nonostante si siano spesso definiti anarchici e socialisti, l’impronta ideologica è stata per diverso tempo mal interpretata a causa delle tematiche borderline, testimoniate ad esempio da Lebensraum – che racconta le ultime ore di Hitler nel bunker (come non ricordare le dichiarazioni di Lars Von Trier a Cannes nel 2011) – o da Duce e Goodbye Goebbles. Nel repertorio non mancano personaggi depravati e immagini empie, a partire dal dottor Shipman, serial killer britannico, o una Satisfied (unica canzone dell’album prodotta da Sean Lennon negli studi del padre John a New York) che paragona una lei a Primo Levi che succhia il midollo fuori da un osso.

Sono volutamente fuori luogo, è quello che ricercano, ma non senza cognizione di causa. È quel tipo di irriverenza, ragionata e non banale, acculturata e volutamente depravata, che potremmo individuare in alcuni grandi personaggi che hanno saputo parlare della violenza e dell’orrore umano vomitando anche l’atrocità e l’immoralità più cruda. La loro bellezza è proprio essere orribili, quanto i nichilisti più distruttivi. Ma la vera provocazione definitiva, sarebbe quella di diventare contro-movimento rispetto alla decadenza annunciata; vedremo cosa sapranno inventarsi questi Fat White Family, continuamente da scoprire.

11 gennaio 2016
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