• apr
    07
    2017

Album

Bella Union

È stato detto molte volte dell’auto-referenzialità (alcuni leggeranno “antipatia”) di Josh Tillman, in arte Father John Misty. L’ex Fleet Foxes / J. Tillman, infatti, è riuscito a ritagliarsi un ruolo di rilievo fra gli haters, ma anche, proporzionalmente, un posto al sole nella scena cantautorale internazionale. Misty, nell’era di Donald Trump, ne ha per tutti. Da bravo censore atipico, osserva il mondo e quasi mai ne rimane compiaciuto. Se questa attitudine era solo un gioco da destinare alle apparizioni pubbliche (celebre il concerto con solo due brani in setlist, appena dopo un discorso di Trump a una convention repubblicana), alle interviste o a qualche brano (Bored In The USA su tutti), Pure Comedy, terzo album solista, sdogana completamente l’occhio di falco sui mali e le derive della società contemporanea.

Il titolo, innanzitutto. Pure Comedy sarebbe potuto essere tranquillamente Divine Comedy, perché proprio l’opera del sommo poeta italiano rappresenta forse il riferimento principale. Alla stregua di Dante, Tillman fa un viaggio fra i cieli e la terra ed è mosso da un senso di spaesamento che parte, prima di tutto, da se stesso (la selva oscura…). Misty non si sente rappresentato da questa realtà e non si capacita di come nessuno alzi un dito al riguardo, ma, anzi, pare che tutti si adattino perfettamente alla società dell’entertainment e delle snapchat stories. Malgrado questo, la comedy del titolo, così come era per Fun Fear, è decisamente ossimorica: la vita non è una simpatica commedia degli errori, ma una tragedia talmente drammatica che ci si può solo ridere su.

Date le premesse, è anche bene precisare che, malgrado l’alto dosaggio contenutistico e l’ambizione spropositata, musicalmente Pure Comedy è un viaggio leggerissimo e soave, sebbene mai banale. La struttura complessa delle lyrics prende il sopravvento sulle architetture degli arrangiamenti: rispetto a I Love You, Honeybear, per esempio è molto più scarno, diretto. Un po’ di piano, la chitarra acustica e un’ombreggiatura effettistica che lo fa galleggiare fra il folk alla Dylan / Young, il jazz alla Mitchell / Holiday e, soprattutto, lo swing / musical dell’age d’or di Broadway. Ascoltare l’opening track per credere. Pure Comedy è a tutti gli effetti il compendio perfetto dell’opera. Una consegna semplice: descrivi quello che vedi intorno a te; uno svolgimento da studente provetto: l’umanità aveva in mano una possibile utopia e, di tutta risposta, ne ha sprecato ogni possibilità con piramidi gerarchiche, credenze superstiziose, guerre, violenza, ecc. Difficile non concordare.

Su questa falsariga nel gospel When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay For (titolo self-explanatory), Tillman fa il Virgilio della situazione e porta Dio in un tour del Creato. Commento finale: «Try something less ambicious next time you get bored». Non solo massimi sistemi, però, stando a Total Entertainment Forever che, nell’unica nota ritmata dell’album, cita, centellinando ironia pungente, la possibilità di portare a letto Taylor Swift con la realtà virtuale, ma anche un mondo perfetto senza dei, droghe, miti o amore. Ma Pure Comedy può essere ancora più particolareggiato di così. In The Memos, in pieno stile John Grant, l’entertainment è il grande nemico di questa società e le nostre scelte di gradimento sono tutte pilotate in qualche ambiziosa e malvagia sala riunioni. O ancora: la futilità del bipolarismo politico americano in Two Different Perspectives e il nostro abbandonarci alle soluzioni facili e convenienti per uscire da situazioni difficili in Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution.

Menzione diversificata va fatta per Leaving LA, che rappresenta il vero e proprio cuore dell’opera. In uno stile che fa collidere Red House Painters e Mazzy Star, ma che soprattutto richiama Romance In Durango di Dylan, questa ballad di 13 minuti copre l’argomento più delicato di Pure Comedy, ovvero in che misura l’artista stesso sia coinvolto nel decadimento di questa società. Ne viene fuori un Tillman severo con se stesso così come lo è con la società intorno a lui, un Tillman che dice di averci messo anni a imparare a fare il Sol, e che, in fin dei conti, ciò che l’ha mandato avanti è stato fare il lavapiatti e suonare la batteria nelle band. È il genere d’autocritica capace di dare quel tocco di onestà in più di cui l’album aveva bisogno per diventare essential. Misty definisce il brano così: «Some 10 verse chorus-less diatribe/Plays as they all jump ship, I used to like this guy/This new shit really kinda makes me want to die», raggiungendo un livello di apertura artistica forse non notato prima nella sua carriera.

Basterebbe questo stretching di onestà per dare un’immagine rotonda del nuovo album di Father John Misty. Ma il musicista di Washington D.C. ha fatto di più: ha creato un album di dubbi. O meglio una lettera d’amore al mondo… piena di dubbi. Nel suo sentenziare perenne, negli stati allucinatori e depressivi, Tillman è alla ricerca di una risposta primordiale, come tutti noi. Che Dio abbia creato l’uomo o di esso ne sia una creazione, come sia riuscito a rovinare tutto, come riesca ad adattarsi alla decadenza, e soprattutto, come si possa, in tutto questo, trovare la luce nel buio, il calore nel gelo.

7 aprile 2017
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