• apr
    28
    2017

Album

Rocket Recordings

Prosegue a gonfie vele, l’annata discografica di Rocket Recordings. In attesa di Hey Colossus e Temple ov BBV, siamo già alla settima uscita limitandosi al solo 2017 (ricordiamo perlomeno i “nostri” Julie’s Haircut, Gnoomes e Gnod). E già l’anno scorso, con Goat e Josefin Öhrn + The Liberation, l’etichetta britannica si era fatta come minimo ben valere. Tra i nomi sul taccuino, i Flowers Must Die rischiano al momento di rivelarsi i più sorprendenti.

La formazione ruota attorno a sei elementi con attitudine alquanto collettiva, comunitaria. La bizzarra ragione sociale deriva da una suite degli Ash Ra Tempel, per la precisione Darkness: Flowers Must Die, da  Schwingungen del 1972. E dunque i riferimenti kraut sono subito messi allo scoperto, confermati da altre ovvie influenze teutoniche, Amon Düül II e Can. Così come l’apprezzamento per coevi come Master Musicians Of Bukkake e gli italianissimi In Zaire indica la via di una psichedelia tanto dissonante quanto all’occasione aperta alla contaminazione, soprattutto in ottica orientaleggiante (si ascolti Svens Song, sorta di spiritual elettricamente lisergico). Si parte da queste basi, ma non si teme di assecondare intuizioni stravaganti nella stravaganza, che siano ritmiche disco synthetiche o cupezze doom. Tutto è possibile quando il modus operandi segue un’improvvisazione dalla mentalità space, proprio nel senso spazialespazioso del termine.

Dopo vari EP e tre album pubblicati in patria, il sodalizio con Rocket Recordings è stato avviato con Sista Valsen del 2016, che raccoglieva quattro pezzi frutto di alcune jam session scaturite dal recente innesto in line up della vocalist e violinista Lisa Ekelund, con un effetto free pop a volte vicino ai predecessori nordici Sugarcubes, quelli ovviamente delle parentesi più sperimentali. Kompost, dalla lingua tedesca “concime”, è dunque il quarto lavoro in studio e il primo dalle ambizioni davvero internazionali. La traccia strumentale d’apertura, Källa Till Ovisshet, risucchia in un sabba metallico e cacofonico, in inevitabile crescendo. Sono proprio le canzoni trainate dal canto della Ekelund a suonare però memorabili: Hit e Don’t You Leave Me Now sono gli episodi più accessibili in scaletta, ma anche quelli dove le derive filo-jazz con tanto di fiati affini ai connazionali Wildbirds & Peacedrums (e in stretta correlazione all’ancor più avanguardista Fire! Orchestra) sembrano fondersi con un background chiaramente Seventies (qualcuno ha detto Fun House?, ma un background finanche antecedente, se ci vengono in mente le prime perfomance di Janis Joplin con Big Brother & The Holding Company). After Gong non dispiacerebbe a certi King Gizzard And The Lizard Wizard ed Hey, Shut Up asseconda una tribalità in chiave moderna, mentre i quasi otto minuti anarchicamente fantasiosi di Why?, il noise acuminato di Hej Då e la fugace ambient dark di Där blommor Dör propendono verso una maggior destrutturazione, un’assoluta libertà delle forme. Lunga vita, dunque, ai Flowers Must Die, qui e ora pronti per sbocciare.

28 aprile 2017
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