Live Report

Facile sarebbe lasciarsi andare a commenti rigonfi di un entusiasmo incontrollato, perché in effetti l’ultima notte di agosto ha regalato al pubblico del Mandela Forum di Firenze un evento fuori dall’ordinario. Cercando però di mantenere un contegno giornalistico, si può spiegare a chi non c’era quanto è stato grande l’errore di non prendere il treno, la macchina o la bicicletta per raggiungere ad ogni costo il capoluogo toscano.

Perché se c’è un motivo per andare ai concerti, è proprio la speranza che siano come quello che ha visto Antony e Battiato per la prima volta sullo stesso palco, ciascuno con il suo set, ma con alcuni preziosi duetti a fare da collante (You Are My Sister, la cover dei Rolling Stones As Tears Go By e Del suo veloce voloriadattamento di Battiato di Frankenstein, presente in Fleurs 2, primo passo della collaborazione tra i due), oltre alla prestigiosa partecipazione, lungo l’intera serata, della Filarmonica Arturo Toscanini.

Ad aprire è il musicista anglo-newyorkese: abiti comodi, rigorosamente in nero, una leggera e serena timidezza, nonostante si sia confermato come una delle voci più intense del panorama pop internazionale. E si intenda la parola voce (di per sé troppo fiacca e vaga per definire questo “alieno”) nel senso più ampio del termine, dove tecnica, scrittura, personalità e interpretazione convergono a definire l’artista nella sua completezza espressiva di essere umano e performer capace di comunicare attraverso un linguaggio diverso e profondissimo. Sfiorando praticamente tutti i capitoli della propria discografia, Antony incanta e commuove, profondendo la propria anima e il proprio pensiero, mimando il muoversi ascensionale della materia musicale, quasi come se le note fossero piccoli organismi intermittenti fluttuanti nell’etere. Solo in poche occasioni siede al piano, preferendo stare in piedi davanti al microfono, talvolta suggerendo le dinamiche alle spalle del conductor Rob Moose, talvolta improvvisando con moderazione, dialogando con il suo pianista Thomas Bartlett affinché ritardi gli attacchi, se c’è da allungare o ripetere una frase. 

Sulla carta la presenza dell’orchestra avrebbe potuto snaturare la vocazione cameristica dei brani in virtù di una ieratica sontuosità, ma così non è stato quasi mai. Le ampie dinamiche hanno permesso ai forte di suonare più forte, arricchendo gli impasti timbrici, ma preservando i momenti di intimo raccoglimento che caratterizzano le composizioni di Hegarty (il piano e voce di Hope There’s Someone).  I temi ricorrenti della morte, della religione, della sessualità (il transgenderismo come rifiuto della aggressività virile, ma anche abbraccio di spirito e materia), dell’armonia e dell’equilibrio tra i sessi (Cut The World) acquistano dal vivo una forza che va oltre i testi, muovendo qualcosa di viscerale e spingendo alla riflessione e alla emozione pura: qualcosa che attraverso “l’altro”, l’artista come tramite, riconduce dentro noi stessi.

C’è spazio dunque anche per lanciare un messaggio al nuovo Papa (che egli definisce con acuta ironia “so nice!”), affinché il Vaticano venda il proprio oro e i propri possedimenti per finanziare la tutela dei diritti delle donne così come la causa ambientalista: “non passerò da Roma, diteglielo voi […] glielo riferiscano tutti i froci (faget) qui a Firenze”. Un’appello contro la comprovata indole distruttiva di una società ancora fortemente maschilista, verso una nuova concezione di umanità fondata sull’influsso pacifico del femmineo e della natura, tanto nelle istituzioni quanto nelle religioni: dove Allah è donna, Buddha è madre, e, momento tra i più intensi della serata, Jesus Is a Girl.

Dopo la pausa tocca al senatore Battiato, parimenti acclamato dai ventenni come dagli over sessanta, uno dei pochi, forse l’unico, davvero capace di riunire così tante generazioni sotto lo stesso tetto. Sobrio e di poche parole, si presenta sul palco con le immancabili cuffie, per sedersi compostamente accanto al pianista e direttore d’orchestra Carlo Guaitoli. Si comincia con i brani più recenti per poi decollare a ritroso lungo i capisaldi della vasta discografia (escluso il primo periodo più sperimentale), in un crescendo che vede tornare Antony sul palco per i già citati duetti, nonché la partecipazione di una Alice in gran forma: da sola in Il vento caldo dell’estate e in coppia in I treni di Tozeur; peccato solo per l’assenza in scaletta di Per Elisa. I pezzi per far felice il pubblico ci sono tutti, in un contesto di perfezione formale ed esecutiva che, se vogliamo trovare il pelo nell’uovo, mostra un lieve cedimento solo in La cura, abbastanza ingessata dall’arrangiamento un po’ sanremese. E si prosegue per due ore fino all’invasione di campo del pubblico dalle tribune giù in platea che rompe l’equilibrio composto delle poltrone in velluto rosso, per alzarsi tutti in piedi a ballare gli ultimi pezzi, da Voglio vederti danzare a L’era del cinghiale bianco, da Cuccurucucù a Centro di gravità permanente.

Ogni giudizio di valore lascia dunque il tempo che trova, perché la qualità del concerto era praticamente scontata. Quello che invece riesce a sorprendere in queste grandi occasioni, lasciandosi apprezzare in una maniera più sottile, sono i dettagli più umani: quanto il personaggio scopre di sé, regalando al pubblico pezzi della sua persona. In questo anche Battiato si è dimostrato generoso, aprendosi di fronte all’entusiasmo smisurato del pubblico. Dettagli, gesti, lanciare via la giacca e accennare due passi di r’n’roll, serietà e poi una fessura di tenerezza, il corpo esile e la voce ferma, particolari vibrazioni della voce, forse stupore, ancora, dopo tanto tempo. Niente di evidente, ma quella sensazione palpabile di empatia che, al di là della musica, ci portiamo a casa e che rende davvero memorabile un evento.

3 settembre 2013
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