• feb
    01
    2007

Album

Universal

Per quel che mi riguarda, da Battiato ormai non mi aspetto altro che un pizzico di autentica trepidazione. Della confezione non mi preoccupo, il cantautore siciliano ci ha abituati a trattare il suono con una padronanza e una peculiarità che ha pochi uguali in ambito nazionale. Prendete la title track: electro funk wave melodicamente bolso però tutta una giustapposizione di trovate, strati di riff di synth e chitarre, archi e cori ectoplasmatici, una "profondità superficiale" organica a quell’idea di avanguardia leggera che Battiato persegue dal Cinghiale Bianco in avanti.

E’ un gioco, e va accettato. Anche in questo Il Vuoto, album d’inediti numero ventitré (se non erro), il mestiere viene tranquillamente ostentato. E’ parte integrante della strategia pop, così come il ricorso ai riferimenti colti (il Tolstoj riadattato nel lieder – piuttosto stucchevole – di Era l’inizio della primavera) e gli esausti scorci filosofici (nel solenne didascalismo electro soul di Niente è come sembra, nella vaporosa Io chi sono?). Non si ravvisano grandi intuizioni melodiche, né particolari sorprese, ma non occorrono. Neppure stupisce la scelta dei compagni di viaggio, da una parte la fastosa Royal Philarmonic Orchestra e dall’altra due giovani rock band (gli indie rockers padovani FSC e le dark sardo-londinesi MAB). Oltre all’immancabile Sgalambro, ma che ve lo dico a fare.

Post moderno per elezione, Battiato finisce inevitabilmente per riarticolare se stesso: va a prendersi un Cafè de la Paix tra Fleurs avvizziti (I giorni della monotonia), conduce il Cammello tra le sensuali nostalgie di Fisiognomica (Tiepido aprile), aizza palpitanti imboscate su spiagge solitarie (Aspettando l’estate). Siccome lo fa con un certo talento, non c’è proprio nulla da eccepire. E quella trepidazione che andavo cercando? In effetti, c’è. Ad esempio nella conclusiva Stati di gioia, quando una she loves you dal juke box della memoria scompagina la trafelata allure avant-prog aprendo scenari psych assorti, immersi in una caligine impalpabile. Se sia autentica o meno, beh, non è per nulla importante. Davvero.  

1 febbraio 2007
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