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  • lug
    01
    2012
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RMV Grammofon

L'oramai trentacinquenne Frida Hyvönen è ben più che una runner tra le tante sulla scena alt-pop internazionale. E' semmai un fenomeno solido, a partire dalla sindrome di Broadway-in-Stoccolma che la contraddistingue fin dall'esordio Until Death Comes, col suo sparigliare coordinate in un'accorata miscela di devozioni, languori e visioni. Quel senso di cono di luce che scava meraviglie dal buio del palcoscenico, vero e proprio golfo mistico in cui la messinscena è il medium tra l'espressione e la realtà, in questo senso perciò debitrice soprattutto della calligrafia Laura Nyro, condita altresì di fiabesco arty Kate Bush e un pizzico appena della trepidazione flemmatica Carole King, ferma restando la licenza di sdilinquirsi power pop ed accendere micce estrose Elton John.

Ben quattro anni dopo il secondo lavoro Silence Is Wild – non computando tra gli album veri e propri la soundtrack per l'opera coreografica Pudel – la pianista e cantautrice scandinava torna con un album autoprodotto (assieme all'esperto Jari Haapalainen) che schiude altri aspetti stilistici del suo ventaglio espressivo. Accanto alle consuete evoluzioni teatral-cinematiche (su tutte il melò tenerello tra brividi orchestrali di Saying Goodbye, la dolcezza quasi brutale di In Every Crowd e la scena madre di The Wild Bali Nights) pulsa infatti una vena epica 80s che scomoda le performance da musical catodico di Bonnie Tyler, evidente nella coppia iniziale Gas Station e (soprattutto) Terribly Dark, ma ravvisabile anche nell'affettazione languida di Hands. Al di là delle soluzioni sonore inedite nel repertorio della Hyvönen, si tratta di una variazione della stessa effettistica scenografica, di quel posticcio consapevole costantemente redento dal trasporto timbrico, da un'interpretazione che in un certo senso eccede la canzone e diventa rappresentazione.

Un microcosmo nel quale trovano cittadinanza siparietti come Picking Apples (marcetta in levare come certe bislacche variazioni Lou Reed) o California (fantasmi beachboysiani tenuti a bada da lirismo balzano Joni Mitchell), messi a confondere le acque ben più dense e profonde d'una Enchanted (inquietudini sciroccate e miraggi jazzy come una morbida allucinazione M Ward) o di Farmor (sul filo tra le angosce oblique e lirismo solenne Sandy Denny). La maturità di Frida Hyvönen sembra avere imboccato un sentiero intenso e non privo di sorprese.

22 luglio 2012
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