• apr
    01
    1998

Classic

Dischord

Fugazi: un nome che brilla nell’immaginario alternativo della musica degli ultimi trent’anni. Un nome usato spesso come metro di paragone etico (il Do it yourself, la resistenza quasi carbonara alle major discografiche, le lotte per i prezzi e gli orari dei concerti) e come influenza per un suono che è stato definito comodamente post-hardcore. I Fugazi da Washington, D.C.: la band di Ian MacKaye (già Minor Threat e capo di Dischord Records), di Guy Picciotto e Brendan Canty (ex-Rites Of Spring, una delle prime creature dell’emo), di Joe Lally.

Esistono nella storia due tipi di band: quelle che fanno musica influente cui tutti si accodano e i gruppi non clonabili. Se volessimo dire di una band appartenente alla prima categoria, potremmo parlare dei Jesus & Mary Chain: le chitarre in feedback perenne che sono la buccia di una polpa pop semplicissima, che tutti possono suonare ma che, una volta ripetuta, perde totalmente senso (vedi alla voce “band con chitarre distorte e drum machine che non hanno nulla da dire”). Se volessimo citare alcune band appartenenti alla seconda categoria, potremmo rivolgerci a Minutemen, Sonic Youth, Velvet Underground. E ai Fugazi. Collettivi dai quali è possibile prendere qualche elemento qui e là, ma mai il pacchetto completo. Nessuno suona come queste band, nessuno può. Esse fanno categoria unica.

I Fugazi di End Hits sono quelli meno celebrati, eppure allo stesso tempo quelli dove la rabbia e la potenza degli esordi diventano più sofisticate (senza trasformarsi in autoreferenzialità), dove il punk diventa semplicemente, e sempre più, una parola vuota sostituita da un termine più grande ed umano, e per questo aperto a tutti: libertà. Registrato agli Inner Ear Studios con Don Zientara, End Hits esce nel 1998, e con quel titolo fa paura ai fan del quartetto: che sia l’ultimo disco? Non lo sarà, anche se per poco. La band viene da anni in cui ha visto (e in molti casi vissuto) l’esplosione dell’hardcore in mille rivoli (quanti erano gli incroci che se ne facevano con altri generi), l’avvento del noise e del post-rock, del lo-fi, dell’hip hop, del grunge. All’altezza del 1997, terminato il tour per il precedente Red Medicine (forse il più avventuroso dei dischi fugaziani), i quattro inseriscono nuovi strumenti nel proprio arsenale (roba che ai punk fa venire l’orticaria), come i sintetizzatori. Occorre trovare una quadratura tra mille istanze: una propensione melodica che piano piano emerge sempre più (forse per l’età dei musicisti), un rispetto verso certi ideali che dall’altra parte non viene mai meno, il suono adorato delle chitarre, il suono spesso dub della sezione ritmica, la voglia di sperimentare e quella di dare comunque un pugno in faccia all’ascoltatore, intellettualmente parlando.

End Hits, di tutto ciò, è sintesi magistrale. Come quasi tutti i dischi dei Fugazi è prodotto in maniera egregia: basti ascoltare in cuffia l’iniziale Break. Su una batteria ipercinetica e libera di spaziare si innestano un basso che tiene il ritmo coadiuvato da una chitarra percussiva, cui poi si unisce la seconda sei corde che disegna micro-momenti melodici. Da una parte senti l’unisono, dall’altro ogni strumento è distinguibilissimo. Ovviamente, poi, c’è anche il tempo per un intermezzo di chitarra lancinante e dal volume altissimo. Già su questa formula si potrebbe costruire un album, fatto di repliche. Ovviamente, non succede. Anche in questo, come in molti altri album dei quattro, sta la loro grandezza: ogni pezzo tenta – spesso riuscendoci – di essere l’elogio di una singola idea. Che poi le idee tra loro e i pezzi conseguenti siano contrastanti, è un valore aggiunto: coi Fugazi il valore della coesione interna dei brani interni ad un album diventa più elastico che in altre band. Ogni pezzo fa storia a sé ma ognuno porta acqua allo stesso mulino, che è quello di cui sopra: la libertà, che nel loro caso non è solo un fatto di diritti, ma soprattutto di doveri.

In End Hits infatti convivono brani come un Place Position – tra i più battenti, di quelli che avrebbero potuto benissimo stare in In On The Kill Taker – che come tutti i pezzi dei Fugazi è un tracimare di energia nodosa e vertiginosa dai percorsi tortuosi, e Recap Modotti, notturno urbano che sembra suonato da un collettivo jazz in preda ad una fissa per il post-rock. Ci sono attacchi anti-sistema come Five Corporations e le quasi-ballate trasfigurate come No Surprise, le architetture rock’n’roll trascinanti (Foreman’s Dog, Guilford Fall) che si spezzano in break emotivi clamorosamente toccanti e sperimentazioni subacque come Pink Frosty. C’è, inoltre, e più di tutto, un modo di essere contro che non ha forse eguali nella storia della musica: umanistico, espressionistico, che pone l’accento non sul fatto collettivo ma sull’importanza delle scelte individuali, sul voler essere sé stessi senza dover essere speciali e competitivi a tutti i costi. Un modo per dire a chi ascolta che l’unico modo per combattere è cambiare continuamente e sfuggire a qualsiasi categoria. O, quantomeno, provarci.

1 luglio 2015
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