• apr
    21
    2017

Album
GAS

Kompakt

Prima di The Field, e prima ancora di Loscil, di Caretaker e persino di William Basinski, c’era il “pop” di Germany/Austria/Switzerland, per gli amici GAS, l’alias più consistente e di gran lunga significativo di Wolfgang Voigt, uno dei tre uomini chiave dietro l’iconica label Kompakt, e uno dei più importanti pensatori di non-musica – in riferimento/parallelo ovviamente a Brian Eno – dagli anni ’90 ad oggi. Narkopop arriva a ben 17 anni dall’ultima prova sulla lunga distanza, lavoro in cui il producer aveva posto una autorevole firma alla personale concezione di questo tipo di musica che, nelle sue parole, doveva esprimere un gassoso riassunto tanto delle musiche primo novecentesche (Schoenberg e Berg), quanto della mielosa musica Schlager post-bellica, tanto del glam rock dei Settanta (T-Rex) quanto del meta-pop degli Ottanta (Scritti Politti e Prefab Sprout), fino all’acid house e techno berlinese dei Novanta (con relative propaggini germaniche al seguito). Un missato in grado di condurlo to the other side, diritto alla sua infanzia, tra i boschi della Königsforst, dove lo portavano in gita domenicale i genitori da piccolo e dove era tornato assieme ad alcuni accoliti durante il suo periodo hippy da adolescente, sotto LSD.

Il vagare senza meta tra i sentieri e i percorsi delle più antiche foreste germaniche racchiude in sé l’intera esperienza musicale di GAS – «GASeous music, caught by a bass drum marching by, that streams out through the underwood across the forest soil», come la definì lui stesso in una storica intervista a Wire – ed è questa intima caratteristica a rendere il suo onirico sincretismo terribilmente immersivo, ancestrale, naturalistico, irresistibile. E’ musica che trova i suoi prodromi sotto Mike Ink (vedi Trump Tower / Jingle Bells) ma anche, se vogliamo, nell’unico 12” del trio con Koch e Burger, Stardate 1973 (Swoon EP). Voigt, a suo tempo, la fece rientrare in una progettualità a cui diede il nome di BLEI. GAS è dunque un prodotto di BLEI. E quest’ultima prova pare riallacciarsi, anche a partire dalla scelta della copertina, al secondo lavoro, Zauberberg (1997), disco che introduceva quei caratteristici loop orchestrali (dimenticavamo di citare anche Wagner) che in seguito avremmo ascoltato nell’intera produzione seguente fino appunto a Pop, disco chiave con il quale è iniziata quella lunga pausa che, come sappiamo, Wolfgang ha utilizzato per curare e far crescere l’influenza internazionale della label gestita assieme a Michael Mayer e Jürgen Paape.

Verrebbe da dire che il percorso di GAS continua oggi così come lo abbiamo lasciato nel 2000 – una sorta di requiem rave plunderphonico tra ottovolanti di droni estatici saltuariamente accompagnati dal 4/4, filamenti post-industrial e riflessi gotici di tradizione Black Tape For A Blue Girl, Lycia, Angelo Badalamenti, una autobahn dalla Königsforst alle cascate di Twin Peaks e ritorno  – ma sarebbe scorretto nei confronti di un’opera che ancora una volta presenta semplici tracce numerate e che nuovamente esplora differenti sfaccettature (e tonalità) di un cosmo sonoro che per importanza, riconoscibilità e continuità è pari soltanto alla produzione “flip side” di Basic Channel (per rimanere all’interno del suolo germanico) o al miglior Basinski (per allargarci agli Stati Uniti). Finora ognuno dei dischi della discografia di GAS è risultato imprescindibile (dimenticavamo di citare l’omonimo del 1996 e, appunto, Königsforst), e Narkopop senz’altro non fa eccezione, anzi, si presenta come il più organico (nei termini della stratificazione sonora) e lussuoso (a livello di produzione nel suo complesso) di quelli finora prodotti. Il suo colore è quello del ghiaccio, e ascoltarlo è come rivivere la musica del Novecento sotto una pesante lastra di marmo trasparente.

24 aprile 2017
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