• mar
    31
    2017

Album

Rocket Recordings

Salford è una grande periferia. È un posto un po’ monotono e grigio, come tutti i grandi deserti urbani che si stagliano con fierezza ed arroganza cockney oltre i vasti limiti della City, quella con la “c” rigorosamente maiuscola. Salford è ciò che potremmo considerare come uno degli agglomerati urbani figli della mostruosa rivoluzione industriale: appollaiata sulla spalla sinistra della grande Manchester, segue il corso e i gorgheggi chimici del fiume Irwell, e più di settantamila anime vi abitano. Guardando quelle case a schiera, tutte uguali, come la tradizione edilizia britannica impone, si annullano secoli di storia che la città pare voglia mostrare con gran pudore ed orgoglio, come un’anziana signora che porta un vistoso e pesante trucco. Ciò che rimane è il sapore ferroso del sangue tra i denti, il muco nel naso impastato dai miasmi cancerogeni delle raffinerie, la feroce stretta al collo con guanto di velluto con cui Maggie Thatcher ha soffocato e messo a regime un intero Stato e i suoi figli.

E poi c’è lui, un barbuto e scaltro derviscio che si fa chiamare Paddy Shine, figlio di quella generazione in continua lotta per colmare l’oblio che separa il “terzo mondo europeo” dalla pingue classe dirigente (o digerente, ancor meglio). Si sa poco o nulla, di questo Paddy, se non che è il propiziatore, portavoce e massimo cerimoniere della macchina sonora più devastante dai tempi dei Throbbing Gristle, lassù in terra d’albione: gli Gnod, oscuri nel proprio nome, chiari nei propri intenti. Proprio loro – che al solo ascolto paiono provenire da chissà quale recondita coordinata spazio-temporale – provengono da quel grigio e fu glorioso angolo dell’hinterland mancuniano. Irrealmente estremi, eterei e onnipresenti al tempo stesso, per definizione – una generosa manciata di singoli, EP e Long Playing disseminati nel proprio percorso, che parte una decina di anni fa – socialmente e politicamente impegnati con voce, sangue e carne, e mai tanto quanto adesso, nel 2017 post-brexit dei muri (ideologici, fisici) che separano nazioni, popoli, madri dai propri figli.

Just Say No To The Psycho Right-Wing Capitalist Fascist Industrial Death Machine: un titolo tanto iperbolico quanto lapalissiano; gli Gnod già tentano di stupirci, quasi di spaventarci, con quello che suona come un manifesto programmatico, un diktat che riversa la sua austerità nell’ennesimo campionario di ruvidezze sonore e sperimentazioni al limite del legale. I lungimiranti ragazzi di Rocket Recordings (di cui abbiamo già parlato, su queste coordinate) danno alle stampe quello che, già dalla copertina, si pone come una sorta di Libretto Rosso poco convenzionale: le parole sono importanti, diceva qualcuno; qui sono semplicemente taglienti, e fanno il paio con tracce che marciano a ritmo di tamburi di guerra. In un’apocalisse burroughsiana, Paddy sbraita come un porco sgozzato e la funzione è quasi catartica: un mantra ossessivo e sinistro come Bodies for Money incarna l’oscurantismo informatico e il traffico di umani via deep-web, punta la daga contro i conflitti a senso unico, la vigliaccheria bellica che massacra e maciulla carne umana un tanto al chilo – e non può che essere, senza alcun dubbio, l’Ave Maria dei nostri tempi. L’occhio fugge verso le utopie sociali e futuristiche di Moebius, confondendosi con le cupe foto in b/n della scritta “arbeit macht frei” e le ciminiere sorvolate da un pingue e sorridente maiale aerostatico (i Floyd c’erano arrivati prima di tutti, in quanto ad allegorie): le suggestioni si mescolano in un pout-pourri sonoro e ideologico che fa rumore e si staglia sul bicromatismo del rosso e del nero, come nella contorta storia di redenzione sociale (e conseguente caduta nel vuoto) di Stendhal. Eppure, per quanto i riferimenti si rincorrano a perdifiato, Just Say No sembra solamente porre il fianco all’ascoltatore con schiettezza, mostrando un filo di malsano squilibrio mentale e paranoie misantropiche, sotto la fitta e dura scorza sonora che fa il brutto muso ai poteri forti (ma soprattutto al vostro udito).

L’impasto sonoro è infatti, come al solito, brutale: la cattedrale eretta dal collettivo mancuniano fa sempre paura, ma si discosta dalle glaciali architetture post-industrial del predecessore Infinity Machines (qui incensato dal buon Pifferi, una dozzina di mesi fa), virando su un suono ancor più concreto e massiccio, ugualmente asfittico, che si rifà alle convulsioni noise dei Jesus Lizard ed alla rituale austerità degli SwansPaper Error fa davvero male, con quelle scosse telluriche che a tratti sanno di post-hc americano; Real Man incute timore nel suo incedere concitato, sorretto da un drumming furioso che pare percosso dal demone guida di qualche antico culto sciamanico: gli Gnod di Just Say No cercano di intimorire, destabilizzare, e conseguentemente far crollare il capitalismo un rito alla volta, con metodica ferocia. Un compito proibitivo, sicuramente un’idea d’amor platonico, il sogno bagnato di ogni Paddy del mondo inferocito col sistema: ma ce n’è uno, uno solo che parla per tutti; che grida, con i muscoli del collo tesi e rossi, la testa rasata con una piccola isola a formare un placido codino da hare krishna, i pantaloni di lino, larghi e leggeri; il forte odore d’incenso che si mescola ai fumi industriali, in un rito occulto e collettivo. E ci sono solo degli Gnod – da Salford o dall’iperspazio, poco importa: saranno gli unici a dire le cose che non avreste mai il coraggio di dire, nei vostri completi da impiegati.

8 aprile 2017
Leggi tutto
Precedente
Diamanda Galás – All The Way / At Saint Thomas The Apostle Diamanda Galás – All The Way / At Saint Thomas The Apostle
Successivo
Plaitum – Constraint Plaitum – Constraint

album

Gnod

Just Say No To The Psycho Right-Wing Capitalist Fascist Industrial Death Machine

album

recensione

artista

Altre notizie suggerite