• ott
    01
    2012

Album

Rocket

Per la serie “famolo (sempre più) strano”, diamo il benvenuto ai Goat. Nome e iconografia da black metallers, gli svedesi Goat sono una delle sorprese del mese. Vengono da Korpilombolo, Nord della Svezia e, a quanto pare, sono figli di una maledizione caduta sul villaggio in tempi antichi per colpa dei crociati cristiani e che li costringe ancora oggi a sottostare alle leggi del voodoo. Quello che fanno è, grossomodo, musica voodoo, infestata dal morbo dell’afrobeat, delineata lungo le coordinate del poliritmo africano spesso prossima a esondare verso lidi disco d’antan, imbarbarita con la psichedelia anni ’70 più inacidita, col prog “cinematografico” e a tratti con certe devianze meno ortodosse del kraut tedesco. Il tutto virato in forme rock accessibili, sempre esaltate, massimaliste, ritmicamente accese e possedute da una sorta di freakedelia mutante.

Sono, o almeno dovrebbero essere, in cinque, suonano tutto e hanno una cantante che tira le fila del suono con una voce impostata su tonalità e screziature molto retrò. E in una parola sola, sono letteralmente irresistibili. Quando prendono il via è impossibile fermarli e le canzoni divengono una sorta di baccanale orgiastico di suoni e colori, quasi un dengue fever dalle fredde terre del nord che trascina verso balli animaleschi e, letteralmente, trascendenti.

Ascoltate Let It Bleed e ditemi se riuscite a non pensare ad altro che all’afro-groove virato funkettone midtempo: roba da legare il culo alla sedia per evitare di alzarsi in piedi a ballare. Sulla stessa falsariga si muove gran parte di World Music, nomen omen per gente che gioca a carte scoperte: le (apparenti) congas che guidano sottotraccia Run To Your Mama, il rock cafone e mediorientale di Diarabi, le danze stranite a furia di wah-wah di Goatman, le ipnotiche atmosfere dance-prog create dall’organo vintage di Disco Fever, dicono di uno sguardo realisticamente worldly ad una forma di musica ancestrale. Non terzomondista d’accatto o fintamente new-agey, ma corposo, sudato, sentito. In una parola rock.

Quando poi buttano dentro, a mo’ di chiosa, due momenti totalmente stranianti come il (quasi) folk scuro e malato di Goatlord e la afro-psichedelia contorta, trancey, dilatata e ottundente nella sua ossessione, di Det Som Aldrig Forandras (che riprende l’opener Diarabi per non chiudere mai il cerchio) allora si ha la certezza di trovarsi di fronte ad un disco tra i più folli e insieme messi a fuoco dell’anno.

7 ottobre 2012
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